“INDIGNARSI NON BASTA”. LA LOTTA PER IL BENE COMUNE SECONDO SALVATORE SETTIS

Nella nostra civiltà, che possiamo definire civiltà-mondo per il livello di interdipendenza e interconnessione che ormai ha raggiunto, i diritti individuali sembrano prevalere sui diritti collettivi. Ha dunque ancora senso parlare di “bene comune” in un contesto in cui la sfera politica è dominata dalle potenze economiche e finanziarie al servizio di interessi privati?
Ma cosa si intende per bene comune? Salvatore Settis nel suo saggio “Azione popolare” (Einaudi) lo definisce così:

“Bene comune vuol dire coltivare una visione lungimirante, vuol dire investire sul futuro, vuol dire preoccuparsi della comunità dei cittadini, vuol dire anteporre l’interesse a lungo termine di tutti all’immediato profitto dei pochi, vuol dire prestare prioritaria attenzione ai giovani, alla loro formazione e alle loro necessità. Vuol dire anteporre l’eredità che dobbiamo consegnare alle generazioni future all’istinto primordiale di divorare tutto e subito”.

Tali temi, fondamentali per la sopravvivenza stessa di una civiltà, dovrebbero stare al centro del dibattito politico, al contrario, in Italia come altrove, il bene comune viene sostanzialmente snobbato dai politici di ogni colore e relegato nel solo campo accademico. Una prima presa di coscienza collettiva in realtà è avvenuta. L’indignazione, partita dalle piazze spagnole grazie agli “Indignados” nel maggio 2011, è dilagata in seguito in tutto il mondo; da ricordare soprattutto il movimento Occupy Wall Street (settembre 2011) con il suo efficace slogan “siamo il 99 per cento”. I popoli di tutto il mondo (ultimi in ordine di tempo turchi e brasiliani) hanno cominciato così a prendere consapevolezza di un sistema in cui le disuguaglianze sociali sono sempre più evidenti e a comprendere la necessità di un’inversione di tendenza delle scelte politiche di chi ci governa, scelte che fino a questo momento non hanno fatto altro che accollare i costi della crisi non a chi l’ha provocata bensì a tutti i cittadini.

In un’epoca in cui lo sfruttamento indiscriminato delle risorse e l’ipertrofia patologica del settore finanziario stanno minando seriamente le fondamenta della civiltà-mondo e il sempre più precario equilibrio tra democrazia, economia e società su cui si poggia, non si riesce a scorgere all’orizzonte una via d’uscita da un modello che si è rivelato a dir poco fallimentare . Un modello, il cosiddetto “finanz-capitalismo” – l’espressione coniata dal sociologo Luciano Gallino rende bene l’idea di un capitalismo non più fondato sulla produzione e sul lavoro bensì sulla speculazione finanziaria – a una dimensione, quasi come se avessimo convenuto di chiamare crescita il profitto di pochi ai danni della stragrande maggioranza dei cittadini e del bene pubblico. Basti pensare che la civiltà-mondo riesce ad assicurare una vita decente a circa 1,5 miliardi di persone nei paesi sviluppati (dove comunque sono in forte crescita i poveri) più quelle facenti parte degli strati superiori nei paesi emergenti, ma al tempo stesso costringe ad una vita disumana i restanti 5 miliardi. Scriveva Max Horkheimer nel lontano 1932:

“Sulla terra ci sono più materie prime, più macchine, più forze lavorative addestrate e migliori metodi di produzione di quanto non vi siano mai stati in passato, eppure gli uomini non ne traggono un vantaggio corrispondente. La società nella sua forma attuale si dimostra incapace di utilizzare veramente le forze che si sono sviluppate in essa e la ricchezza che è stata prodotta nel suo ambito”.

Come suggerisce Settis, il nesso feroce che lega il nuovo capitalismo al crescente saccheggio del mondo impone l’affermazione di un’etica nuova: ” non basta più l’etica (antropocentrica) della prossimità che abbiamo praticato finché le conseguenze delle nostre azioni erano limitate nel tempo e nello spazio. Dobbiamo costruire un’etica della lontananza fondata su una consapevole empatia; un’etica del futuro, non solo degli uomini ma della biosfera”.
In conclusione, secondo lo studioso, indignarsi non basta, occorre rilanciare l’etica della cittadinanza puntando su obiettivi necessari ossia giustizia sociale, tutela dell’ambiente, valorizzazione dei beni culturali ed artistici. Perché questo sia possibile occorre dare nuova legittimazione alla democrazia rappresentativa, facendo esplodere le contraddizioni fra i diritti costituzionali e le pratiche di governo che li calpestano in obbedienza ai mercati.
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