Splendori e miserie del dantismo fra ieri e oggi

              “SPLENDORI E MISERIE DEL DANTISMO FRA IERI E OGGI”

Inaugurare un blog letterario affrontando il “sommo poeta” è cosa ambiziosa e non priva di rischi. Migliaia di articoli, saggi, studi e trattati di ogni sorta sono stati scritti ,e si continuano a scrivere, sul genio fiorentino la cui gloria imperitura riecheggia, oggi come ieri, nelle riviste specializzate, sugli scaffali delle librerie, negli spettacoli televisivi e di piazza. Eppure questo primo articolo o, volendo usare un’espressione più consona al suo contesto, “post”, non nutre particolari pretese divulgative o specialistiche; semmai aspira a problematizzare, sfruttando il ben noto polemismo toscano, intorno a certi aspetti del dantismo odierno, diviso fra i severi rigori degli studi scientifici e il dilettantismo, più o meno colto, dei mass media di quella che Guy Debord chiamo già “Società dello spettacolo”.
In un ormai datato ma pur sempre brillante articolo su “L’ Approdo letterario” del 1968 dal titolo “ Dantismo fiorentino” ( ristampato successivamente dai tipi di Einaudi Paperbacks in “ Antichi e moderni. Studi di letteratura italiana” ) il filologo e critico Lanfranco Caretti tracciava una storia della fortuna dantesca nel ‘900, mostrando come l’Alighieri “ si è sempre rivelato un’eccezionale ‘reagente’ nel fare affiorare in piena luce le convinzioni e i gusti di un’epoca, di una società” . “Nel nome di Dante” osservava lo studioso scomparso nel 1995 “ si sono espressi e divulgati in ogni tempo, ora lucidamente ed ora confusamente ed anche ambiguamente, idealità nazionali ed ambizioni municipali, interessi pubblici (politici e civili) e sentimenti privati, miti polemici e umori o risentimenti personali” . Proseguendo nella lettura di quelle pagine non possiamo fare a meno di notare come, pur con l’avvicendarsi delle epoche, l’interesse per Dante e la sua opera abbia mantenuto, fino ad oggi, un aspetto essenzialmente bifronte ; da una parte il nutrito stuolo di critici ed esegeti illustri, alla cui scientifica dedizione dobbiamo il possesso di preziose edizioni sempre più aggiornate, erudite ed accurate ( si pensi all’essenziale e recente contributo di Guglielmo Gorni per la “Vita Nova”, ferma, fino a poco più di un decennio fa , al testo curato dal Barbi nel 1921 ); dall’altra quel “dantismo di piccolo cabotaggio” usando sempre le parole del Caretti, “mediocre e fastidioso (…) celebrativo e festaiolo” , inutile e superficiale tanto quanto il suo controcanto accademico e pedantesco “impigliato in sottili quanto oziose e dilettantesche disquisizioni o interpretazioni romanzesche” ; “il dantismo mondano e salottiero, ripartito amabilmente fra conferenze eleganti e pittoreschi itinerari turistici, urbani ed extraurbani; infine il dantismo divulgativo e popolare, affidato soprattutto alla nuova istituzione delle letture pubbliche”.
Simili osservazioni, volte a descrivere le lontane atmosfere culturali del primo Novecento a Firenze e in Italia – si pensi alla nascita ,in quegli stessi anni, di riviste importanti quali “La Voce” , “Leonardo” o “Lacerba” – possono ugualmente rimandare all’attualità , stimolando il desiderio di un possibile confronto.

Pochi giorni fa, entrando nella libreria Feltrinelli di Pisa, la mia attenzione è caduta su una maestosa pila di volumi Mondadori esposta in bella vista, sulle cui roboanti e un po’ pacchiane copertine spiccava il giglio fiorentino e la struttura delle malebolge dantesche. L’autore è Marco Santagata, eccellente storico e critico di letteratura italiana, noto ai più per il suo famoso studio sul canzoniere del Petrarca “ I Frammenti dell’anima” ( ed. Mulino 1992). In questo ultimo lavoro dal titolo “Guida all’Inferno” lo studioso si propone di fornire un manuale di orientamento per la lettura della prima cantica della Commedia, rivolto al lettore comune come utile appiglio ,teorico e pratico, per orientarsi nella fitta e complessa narrazione dantesca. Un libro divulgativo, dunque, per il largo pubblico, scritto, come si legge nelle numerose recensioni già in rete, in una prosa scorrevole priva di tecnicismi. Fin qui nulla da eccepire giacché, come già ammoniva lo stesso Dante nelle pagine del Convivio “dare a uno e giovare a uno è bene; ma dare a molti e giovare a molti è pronto bene, in quanto prende simiglianza da li benefici di Dio, che è universalissimo benefattore”. Il disgusto ,piuttosto, affiora quando notiamo, inserita furbescamente dalla volontà del marketing editoriale , la fascetta gialla su cui si palesa il bieco spirito dell’operazione commerciale : “ Quello che dovete sapere per entrare nel mondo del nuovo thriller di DAN BROWN” . Oltre a sminuire le fatiche e le competenze dell’autore, il messaggio è oltremodo fuorviante verso l’intero contenuto del libro.
La bile, ormai, non può che fluire fino ai precordi.
Per le tasche dell’editore milanese L’Alighieri e l’acclamato opportunista scrittore di best-sellers sono le facce di un’unica medaglia, i cavalli vincenti della stessa scuderia. Mi si potrà obbiettare che così vogliono le regole inviolabili del mercato e della pubblicità nell’ormai esausta e alienata società dei consumi; che le vendite e il profitto vengono prima dell’onestà intellettuale e del buon gusto; tuttavia ciò che resta dello spirito critico e dell’amore verso i massimi esponenti della nostra cultura riesce ad innescare l’indignazione più sana.
Dopo aver sfruttato e inquinato la figura di un’altro genio italiano, quella di Leonardo, colonizzando l’immaginario di un pubblico credulone con miti pseudo-scientifici e rocambolesche quanto improbabili trame misteriche, Dan Brown, perfetto vampiro dell’entertainment letterario post-capitalista, affonda i suoi aguzzi canini nella gola di Dante, svagando i suoi succubi e fedeli lettori con seicento pagine infarcite di panzane che poco o nulla hanno a che fare con le sublimi altezze della Commedia. Firenze, il cui spirito mercantesco non sembra esser mutato di molto rispetto ai tempi del poeta, lo accoglie con tutti gli onori a Palazzo Vecchio, nel Salone dei Cinquecento, durante l’evento “La Repubblica delle idee”. Scortato da numerose guardie del corpo, attorniato dai flash dei fotografi, Brown confessa il suo vivo interessamento ad avere Roberto Benigni nel cast del film che la Sony Picture si è già impegnata a produrre dal libro. Di lì a qualche giorno, l’interpellato risponde al circo mediatico dichiarando un suo possibile assenso.
Inutile domandarsi cosa avrebbe pensato Dante di un simile e miserevole teatrino. Sappiamo quanto l’esule fiorentino conoscesse la natura umana , le sue debolezze, i suoi vizi, e come considerasse l’avidità il più turpe dei peccati, origine di tutti i mali del vivere civile.

“Maladetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte l’altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa!
O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?”

(Commedia Purg. XX)

Il veltro che ad apertura della prima cantica , secondo la profezia, caccerà la lupa della “cupiditas” respingendola nel fondo dell’inferno sembra, ancora oggi, tardare al suo compito. Persino un buon divulgatore e promotore della poesia delle Commedia qual’è il Benigni sembra non essere immune dalle lusinghe proteiformi dell’insana fiera. Per le sue suggestive letture ed esegesi “pubbliche” in Piazza Santa Croce a Firenze – ermeticamente chiusa al libero accesso nelle prossime date di Luglio – i prezzi dei biglietti disponibili sul sito Ticket-One vanno dai 17 euro per la tribuna frontale non numerata fino ai 34 per la poltronissima numerata. In tempi di crisi tanto tragici come quelli che stiamo vivendo parrebbe il caso domandarsi se eventi simili non fossero da destinarsi a tutti in maniera gratuita , nutrendo e ristorando gli animi afflitti col balsamo della cultura e dell’arte. Anche la piazza, luogo simbolo dell’aggregazione pubblica e civile, deve sottostare alle regole dello spettacolo a pagamento sacrificando, per il profitto di pochi, un bene comune tanto invidiatoci com’è quello di Dante.
Il danaro dunque, non più le ideologie, i movimenti accademici, le correnti di critica letteraria o le avanguardie artistiche – come quelle moderniste di primo ‘900 ricordate dal Caretti – sembra contendersi oggi la figura del genio nazionale, commercializzata e deformata senza alcun limite o ritegno. E poco c’importa se fra i primi risultati illustrati di una ricerca su Google il severo ritratto del poeta appare accanto al guerriero cyber-punk di un videogame di prossima uscita o di un manga giapponese che portano indebitamente il suo nome: nell’epoca della globalizzazione tolleriamo tutto e il contrario di tutto.
Ben lontani sono i tempi in cui l’Italia, per il merito di pochi e dimenticati coraggiosi, si sforzava di dibattere costruttivamente sull’eredità dei propri patrimoni storici e culturali, tutelandoli da ogni possibile speculazione. Potrebbe sembrare azzardato , fors’anche integralista, auspicare oggi l’istituzione di un ente statale atto a proteggere i tesori più sacri delle nostre origini, considerate in tutto il mondo veri e propri lasciti al bene universale. Non meriterebbe Dante , al pari di ogni altro ingegno creativo italiano, antico o moderno, maggiore protezione e salvaguardia dalle innumerevoli ed edulcoranti contraffazioni che da ogni parte gli son mosse? Mai come oggi la memoria, così come l’autenticità del suo divino ingegno , corrono il rischio di appannarsi e sbiadire sotto i colpi ben assestati della superficialità consumistica, asservita ai bassi appetiti del peccato che egli odiava di più e che così condannava nel quarto cerchio dell’Inferno;

“Così scendemmo ne la quarta lacca,
pigliando più de la dolente ripa
che ‘l mal de l’universo tutto insacca.
Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’ io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?
Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così conviene che qui la gente riddi.
Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
voltando pesi per forza di poppa.
Percoteansi ‘ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: << Perché tieni?>> e << Perché burli?>>
Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;
poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
dissi: << Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra>>.
Ed elli a me: << Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.
Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
quando vengono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.
Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio>>.
E io: << Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali>>.
Ed elli a me: << Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni.
In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.(…)>>

Dante. Inferno VII v. 16- 60

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