Brasile: la fine di un sogno?

L’ondata di proteste che sta investendo il Brasile ha avuto inizio a São Paolo dove l’ 11 giugno cinquemila persone sono scese in piazza per protestare contro l’aumento del prezzo dei biglietti del trasporto pubblico. Da lì le proteste sono dilagate in tutto il paese e in molte città le manifestazioni hanno preso di mira gli enormi  costi sostenuti per ospitare i Mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi di Rio del 2016. Gli investimenti colossali per la Coppa del mondo, infatti, hanno reso ancora più visibile la scarsa qualità dei servizi pubblici; il governo di Dilma Roussef ha già stanziato ben 13,7 miliardi di dollari per i Mondiali, ma l’investimento totale dovrebbe superare i 16 miliardi ovvero poco meno di quanto il Brasile spende ogni anno per l’istruzione.

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 La ristrutturazione e la costruzione di nuovi impianti sportivi per i Mondiali e le Olimpiadi sono state negoziate con poche grandi società edilizie, mentre i comuni cittadini avranno ben pochi vantaggi da questi mega eventi: circa 170mila persone rischiano di perdere la casa o sono già state sgomberate per far spazio alle nuove autostrade che serviranno a migliorare l’accesso agli stadi. Come se non bastasse  il contratto firmato dal governo con la Fifa prevede una “zona di esclusione” intorno agli stadi, all’interno della quale l’organizzazione controllerà la circolazione delle persone e impedirà la vendita di prodotti non autorizzati (si calcola che in Sudafrica nel 2010 circa centomila ambulanti hanno perso un’importante fonte di reddito).

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Per il Brasile è un momento molto delicato: dopo anni di crescita inarrestabile, l’economia verdeoro comincia a vacillare. Nel 2009 la crescita è stata solo dello 0,9%, una percentuale che colloca il paese in coda alle economie emergenti del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Il periodo d’oro, che ha avuto inizio con la presidenza Lula (2003-2011) sembra essere giunto al capolinea: grazie a generosi interventi sociali per i poveri, circa venti milioni di brasiliani erano riusciti ad entrare nel ceto medio, oggi essi stessi protestano per la pessima qualità dei trasporti, della sanità e dell’istruzione e contro una corruzione dilagante. E nemmeno il calcio, un tempo capace di far dimenticare qualsiasi problema ai brasiliani, riesce più a fermare il malcontento per un sistema basato sulla disuguaglianza e su uno stato sociale inesistente. Scrive Rogerio Furquim Werneck sul quotidiano brasiliano “O Globo”: “Panem et circenses è una ricetta millenaria del populismo. Nell’antica Roma, però, non c’erano nè la Fifa nè il Comitato Olimpico. E l’ingresso al Colosseo era gratuita. In Brasile i cittadini resteranno fuori dal costoso circo che si sta allestendo. E solo ora il governo si è reso conto che allo stadio ci sarà un pubblico pagante che fischia la presidente della Repubblica”.

Per concludere sarebbe un errore pensare che ci sia un oceano a separare le democrazie europee dal Brasile, anche se le realtà sociali sono molto diverse, le preoccupazioni dei giovani brasiliani come dei  coetanei europei sono le stesse, ovvero un avvilente senso di smarrimento dovuto alla mancanza di prospettive per il futuro. E la politica sembra più che mai sorda alle grida che arrivano dalle piazze.

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La Presidente Dilma Roussef: “Così assomigliamo ad un paese del terzo mondo”

“Peggio: all’Europa”

(vignetta di Patrick Chappatte – International Herald Tribune)

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