Marc Fumaroli vs Warhol, Hirst e i plasticatori dell’ “arte contemporanea”

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“Tutti si assomigliano, e si comportano nello stesso modo, ogni giorno di più. Penso che tutti dovrebbero essere delle macchine. Penso che tutti si dovrebbero amare. La pop-art è amare le cose. Amare le cose vuol dire essere come una macchina perché si fa continuamente la stessa cosa. Dipingo in questo modo perchè voglio essere una macchina.”

Così parlava in un intervista ad “Art News” ,nel 1963, Andy Warhol, padre putativo della pop-art. Queste parole si aggiunsero alle molte altre che “il Van Gogh della scatola Brillo e del barattolo Campbell’s” avrebbe continuato ad elargire con mosse sapienti di marketing pubblicitario ai media dell’epoca, già  bulimici di divismo e showbiz. 

Lo storico e saggista francese Marc Fumaroli nel suo ultimo libro “Parigi-New York e ritorno. Viaggio nelle arti e nelle immagini”(Adelphi 2011)  affila le lucide lame della sua critica sulle figure che da Warhol in poi hanno affollato il ciarlatenesco palcoscenico  della cosiddetta  “arte contemporanea”. Analizzando con gusto raffinato ed attento  la lunga deriva  che dal modernismo originario di Duchamp scorre fino alla pop-art e i  giorni nostri , Fumaroli smonta pezzo dopo pezzo le recenti poetiche artistiche  rivelandone le superficialità consumistiche e i bassi spessori. Un attacco frontale e in piena regola contro un colosso mitico che, pagina dopo pagina, non riesce a nascondere i suoi piedi d’argilla. Dietro la ripetizione ossessiva e tautologica dell’immagine-pleonasmo con pretese artistiche   ritroviamo la quintessenza di un postmodernismo pallido e sintetico, completamente incapace di rielaborare le proprie radici europee.

La figura da ectoplasma di Warhol, la sua faccia da clown lunare, il suo ciuffo colorato e irsuto e la sua sagoma di eterno adolescente svogliato e apatico, il tutto riprodotto fino alla nausea anche per suo volere, emanano un senso di noia deprimente e affascinante, di cui tutti gli oggetti che li sono appartenuti e le opere da lui firmate conservano una traccia” 

( Marc Fumaroli “Parigi-New York e ritorno” )

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(Marc Fumaroli)

Osservare i lavori di Warhol in una galleria o in un museo, come su uno schermo di computer,  porta inevitabilmente a riflettere su ciò che Walter Benjamin aveva asserito riguardo alla  riproducibilità tecnica delle opere d’arte. Oggi l’intuizione del filosofo tedesco, datata agli anni ’30,  sembra quasi sorpassata. Quotidianamente assediati dal continuo bombardamento di immagini quasi non avvertiamo  alcuna differenza fra un barattolo di zuppa Campbell’s  e il cenacolo  di Leonardo; entrambi sono divenute vuote icone di stile da apporre automaticamente su una t-shirt ,  una borsa in similpelle o come wallpaper sui vari social networks . Le serie e le clonazioni hanno cancellato l’autenticità dell’opera  catapultando lo spettatore in una realtà dove tutto è potenziale  duplicazione di un’originale perduto o misconosciuto.

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“Da  un secolo le avanguardie artistiche” osserva Fumaroli “ hanno gettato palate di disprezzo sull’imitazione  dei pittori e dei disegnatori antichi, imitazione servile della natura, imitazione scimmiesca dell’antico e dei maestri, deprecabile abdicazione e schiavitù dell’arte. Tanto orgoglio e volontà di originalità assoluta hanno portato impunemente all’arrogante glorificazione della pura e semplice copiatura!”

Ciò che  sembra perduto è il concetto genuino di opera d’arte , il significato intrinseco del gesto artistico in sé e  la sua natura unica , insostituibile ,irripetibile, trascendente.

La società dei consumi , insieme alle liturgie del marketing pubblicitario e il mercato finanziario dell’“arte contemporanea”,  hanno spazzato via mediante astuti bluff  , plagi e propagande, la radice spirituale dell’attività artistica rimpiazzandola con artisti-manager il cui unico fine è quello di produrre, copiare e vendere su scala industriale.

Un forte senso di smarrimento e delusione ci assale quando scopriamo, grazie  all’onesta schiettezza documentaria di Fumaroli, che lo stesso Warhol si è macchiato di veri e propri plagi avvalendosi dell’astuto principio di “appropriazione” secondo cui ,come sosteneva lo stesso Marcel Duchamp, “si trasforma il ready-made in una predazione generale sfrenata, fatta dell’arte pop, delle immagini della cultura pop commerciale e pubblicitaria americana”.

Il famoso involucro della scatola “Brillo”, polvere per lucidare in vendita in tutti i supermercati americani, fu clonata su legno dall’ormai leggendaria Factory di Andy Warhol del tutto incurante dei diritti d’autore del suo effettivo ideatore, il pittore espressionista astratto James Harvey. La rivista News Week non mancò di dare risalto alla questione ma il papa della pop-art ne uscì indenne regalando come compenso ad Harvey ( di lì a poco scomparso prematuramente per cancro)  un’esemplare delle sue costose “sculture” Brillo.

Stessa sorte era toccata agli autori di quei fumetti anonimi attraverso i quali Roy Lichtenstein e James Rosenquist , mediante l’ingrandimento di qualche dettaglio, erano divenuti “artisti” celebri.

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“ Questo conte Dracula stanco e glaciale dell’arte come mercato è stato peraltro schiavo di un’attività di protagonista del bluff con cui ha occupato tutte le vetrine: pubblicità commerciale, industria della moda e del look, pittura e scultura da gallerie e da museo mercantilizzate, fotografia, cinema, televisione, music-hall, stampa, locali notturni, gay culture, rock culture, low culture, drug culture, snobismo e glamour dei divi, collezionismo in serie, avidità e competenze finanziarie in materia di royalties”

(Fumaroli)

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Ma chi sono, oggi, gli eredi di Warhol? E che cosa li accomuna e li distingue dal loro predecessore? Fumaroli li chiama sprezzantemente “Plasticatori”. 

Chi meglio di Damien Hirst e Jeff Koons poteva raccogliere l’insegnamento del guru della pop-art?

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A Londra, nel 1997, la Royal Academy organizza la mostra “Sensation”, trampolino di lancio pubblico per gli  “Young Brithis Artists”, sponsorizzati dal potente Charles Saatchi , businessman londinese senza scrupoli. Il capofila di questi “artisti” è appunto Hirst che riesce ad attirare la curiosità del pubblico con i suoi animali formolizzati  e impagliati. Pochi anni dopo, nel settembre 2008 , Hirst si accaparra le  prime pagine dei giornali mondiali mettendo all’asta, sempre alla Sotheby di Londra ,duecento opere sfornate in fretta e furia dalla sua officina ( clone potenziato  e industrializzato della Factory di Warhol). Il pezzo più ambito dell’asta è un autentico vitello mummificato le cui corna reggono un sole d’oro, il cui prezzo raggiunge gli ottantanove milioni di dollari, cifra fino ad allora inaudita per la sua categoria.

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Poco tempo dopo il Metropolitan Museum di New York apre le sue sale al campione dei nuovi artisti britannici esponendo per tre anni l’opera dal titolo “Impossibilità fisica della morte nello spirito di qualche vivente”: un abribus Decaux ermeticamente chiuso , riempito di formolo azzurro, nel quale uno squalo imbalsamato spalanca la grande bocca dentata.

Quest’opera appartiene  ad una collezione privata newyorkese ed è stata concessa in prestito al museo con una polizza assicurativa a dir poco stratosferica. Dallo squalo al “Teschio di Platino incrostato di diamanti” ( prezzo base d’asta cento milioni di dollari) il passo è breve.

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Hirst, “il Michelangelo della tassodermia” come lo chiama ironicamente Fumaroli , ottiene la soddisfazione planetaria “da una clientela il cui gusto e spirito critico sono scarsamente preparati a resistere all’adorazione del fatto compiuto, ma che si stupisce di vivere in un’epoca libera dallo scandalo dell’artista maledetto”. Fortunatamente,  come per una sorta di nemesi, la “bolla” del  successo si sgonfia contemporaneamente a quella finanziaria del 2008:  lo squalo esposto al Metropolitan inizia lentamente a dare segni di vistosa decomposizione dinanzi ai più eclettici ammiratori  . L’arte contemporanea non è in grado di sopravvivere a se stessa ed è concepita per il ciclo di produzione-consumo rapido. E’ insomma l’antitesi dell’opera d’arte tradizionale, destinata per definizione a superare le generazioni.

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In parallelo a Damien Hirst un’altro Warhol in erba sembra monopolizzare le aste e il mercato internazionale della “Contemporary Art”. Jeff Koons, contrariamente al  collega britannico, predilige i palloni gonfiabili  rappresentanti  animali domestici e icone a dir poco banali  come  cuori infiocchettati ad arte, crostacei, fumetti   e altre scene in plastilina celebranti  un kitsch democratico, tristemente erotico, frivolo e privo di ogni sostanza tranne appunto quella plastica.

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(Jeff Koons)

“Con un’immagine di ex trader alla Jérome Kerviel, ancora giovane (53 anni), abito-cravatta-valigetta portadocumenti, sempre sorridente, trionfante e gaudente, aveva inaugurato la sua vita nell’arte contemporanea con un matrimonio di breve durata – ma con tanto di scalpore e scandalo sapientemente orchestrati – con la pornostar italiana Cicciolina, già deputata radicale al parlamento di Montecitorio. Tutto in lui contrasta con la goffaggine triste e decadente di un Andy Warhol, un invasato che si sentiva e voleva dannato.”

        (Marc Fumaroli) 

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Seguendo le orme del loro pallido e smunto precursore, la cui Factory poteva  almeno vantare il principio di una pur parziale artigianalità,  questi scaltri cialtroni si sono avvalsi di  nutriti staff di tecnici ed ingegneri pronti a lavorare a loro nome come vere e proprie aziende specializzate, rincorrendo e soddisfacendo i gusti annoiati di finanzieri e miliardari ansiosi di investire il loro denaro in “opere” che non sopravviveranno agli stessi proprietari e, forse proprio per questo,  ancora più ambite di un Veronese o di un Tintoretto.

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