RECENSIONI : “IL GENIO” per HAROLD BLOOM

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“I tempi son tutti uguali ma il genio è sempre al di sopra del suo tempo”

(William Blake)

Il libro che decidiamo di recensire non è nuovo. Uscì in Italia nel 2004. Bloom è da sempre un saggista assai prolifico. Dopo “Il Genio” ( Bur ) sono stati editi in Italia altri cinque titoli fra cui il suo ultimo lavoro “Anatomia dell’influenza” (2011)   giudicato dallo stesso autore come “la riflessione definitiva sul processo dell’influenza letteraria”, costante tematica a lui cara. Harold Bloom è figura controversa nel panorama della critica letteraria mondiale; considerato da molti come uno dei più grandi critici letterari viventi ha da sempre attirato su di se le ire di vari ambienti accademici statunitensi nonché la critica feroce  del movimento femminista e di alcuni esponenti dei nuovi  “studi di genere” ( gender studies ), nuova e inflazionata tendenza nel campo delle scienze umane criticata apertamente in molti dei suoi saggi.

Professore emerito all’università di Yale e Berg Professor di Lingua e Letteratura inglese alla New York University , considera Shakespeare al di sopra di Dante , rivendicando il primato del poeta e drammaturgo vittoriano nel suo assai discusso “Il canone occidentale” ( 1994 ).

Nelle 922 pagine del libro in questione  uno dei principali fini dello studioso è “quello di promuovere l’apprezzamento del genio e dimostrare come esso sia invariabilmente generato dallo stimolo di un genio precedente piuttosto che dal contesto politico e culturale” ( ed. Bur pag. 28) . Scegliendo a suo gusto e giudizio cento  esemplari di menti creative, dal più remoto Omero fino ai nostri contemporanei Calvino e Montale, organizza la struttura interna del libro suddividendola in dieci capitoli  ai quali impone il nome delle dieci sefirot della Cabala ebraica, ritenute,  dalla  dottrina mistico-esoterica,  veri e propri attributi o emanazioni di Dio e dell’Adamo primordiale, l’Uomo Divino immagine di Dio. Tale scelta “allegorica”, piuttosto rischiosa  per la comprensione globale dell’opera – per il lettore appassionato così come per lo specialista di letteratura digiuni d’esoterismo ebraico – rischia spesso di annebbiare il concetto di genio con eccessive vaporizzazioni metafisiche.

Eccezion fatta per  simili eccentrici orpelli  ai quali  la critica d’oltreoceano ci ha ampiamente abituati, il libro ha il merito di far conoscere i gusti e le convinzioni personali di Bloom  guidando il lettore attraverso una ricchissimo numero di autori ed opere sul cui valore oggettivo poco resta ormai da dibattere;  come infatti già sosteneva ,da   teorico della letteratura, Francesco Orlando,  di un’opera brutta si può dire ben poco  mentre di un capolavoro potremmo parlare all’infinito, senza mai esaurire gli argomenti a favore della sua eterna bellezza.

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Non sappiamo come e/o perché il genio sia possibile” avverte il critico nell’introduzione  “ sappiamo solo che, con nostro grandissimo arricchimento, è esistito e forse continua ( sempre più raramente ) ad apparire […] Affrontare lo straordinario in un libro, sia esso la Bibbia, Platone , Shakespeare, Dante o Proust, significa beneficiarne praticamente senza pagare alcun prezzo. Il genio, attraverso i suoi scritti, è la via migliore per raggiungere la saggezza, cosa che io ritengo essere la vera utilità della letteratura per la vita”. L’idea stessa del “genio” , ai giorni nostri maltrattata da un vero e proprio esercito di detrattori che Bloom riconosce  in quei  sociologi “nutriti di biologia” , nei critici materialisti della scuola del genoma così come nello  storicismo più sfrenato, continua a sopravvivere, seppur “arrugginita” , nel  desiderio di trascendenza del pubblico.

La grandezza può essere passata di moda, come lo è il trascendente, ma è difficile continuare a vivere senza una qualche speranza di imbattersi nello straordinario”.La funzione del genio letterario è per Bloom quella di intensificare la consapevolezza, ampliare e “purificare” la coscienza. Forse  il difetto più evidente del libro, duro a morire nella critica letteraria di tutti i tempi, da Sainte-Beuve ad oggi, è una leggera tendenza  al biografismo, colpevole  di spostare   l’attenzione dei lettori dall’opera  verso l’autore. Malgrado ciò lo studioso americano ci regala  un tesoro di conoscenza e di letture preziosissimo. Con una prosa scorrevole ,mai pesante, ed un brillante senso critico capace di farci rimbalzare senza traumi attraverso i secoli analizza , mediante semplici giustapposizioni , autori diversi e lontani fra loro, aiutandoci a comprendere la differenza fra  talento e genio, riservando a quest’ultimo la palma della gloria immortale.  Un libro, insomma, che “non insegna come leggere o chi leggere, ma piuttosto come riflettere su esseri umani esemplari nella loro fase esistenziale più creativa”. 

 

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