PASOLINI: la disumanizzazione neocapitalista e la civiltà dei consumi.

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“Le guide di questo popolo lo hanno fuorviato

e quelli che esse guidano si sono perduti.

Perciò il Signore non avrà clemenza verso i suoi giovani,

non avrà pietà degli orfani e delle vedove,

perché tutti sono empi e perversi;

ogni bocca proferisce parole stolte”

Isaia 9, 16-17

Prima di iniziare questo articolo ho tracciato su un foglio bianco una linea temporale inserendovi alcune date chiave,  possibili riferimenti convenzionali per un’evoluzione dolorosa e tragica della realtà. La schematizzazione dei fatti, persino la più banale,  ci pone dinanzi ad essi diminuendo la distanza con la quale li percepiamo. D’un tratto eccoci a provar meraviglia per  quanto il tempo, in sé, sia così maledettamente rapido e quasi impalpabile nel suo farsi Storia.

Nasco nel 1981, a soli sette anni dall’assassinio di Pasolini; il poeta, lo scrittore, il regista e saggista   che un Moravia sconvolto, nella sua toccante orazione funebre, indicava come uno degli ultimi italiani illustri del secolo prossimo a concludersi. Un Poeta raro – ripetiamolo-  bene sacro della nazione, il cui corpo straziato e senza vita giaceva riverso nella polvere del sudicio idroscalo di Ostia,  una notte di Novembre di trentanove anni fa. Quell’episodio, vergognoso quanto troppo spesso taciuto nella memoria di una nazione che possa dirsi “civile”, segna un vertiginoso spartiacque per la sensibilità di quei pochi che  riescano  a provare un sano orrore e disgusto;  ricorda quanto la società, in particolare quella italiana,  odi la verità che certi individui scomodi,impegnati, antipatici, raffinati e fin troppo aristocratici , osano rinfacciarle.

Pier Paolo Pasolini è un autore faticoso. Lo è sempre stato e sempre lo rimarrà.  I suoi romanzi, primi fra tutti “Ragazzi di vita” e l’incompiuto “Petrolio”, richiedono lettori sempre più rari e rispettosi: un pubblico pronto ad ingoiare la verità più cruda  servita in una lingua che è al contempo dialettale e romanzesca, spesso organizzata in strutture ed artifici stilistico-narrativi di non facile fruizione. Le sue poesie, come i suoi films , sono  pugnalate  alla nostra coscienza. Terminiamo di recitarle a fatica, con lo stesso brivido freddo e  ignudo con cui affrontiamo le  più atroci sequenze di “Salò” o “Teorema”. Tuttavia, almeno per il sottoscritto, il Pasolini più devastante e insostenibilmente attuale  ci attende nelle interviste, nelle Lettere Luterane, negli Scritti Corsari, in quel suo disperato impegno civile e pedagogico che a tratti sembra quasi sconfessarsi in improvvise imboscate di rabbia  appassionata e feroce. In quelle pagine un marxismo  eterodosso,  venato da un’autocritica lucida in cui filtrano spesso forti toni spirituali, acquisisce altezze profetiche in grado di farci rabbrividire. L’orrore della rivoluzione antropologica, della disumanizzazione operata dal neocapitalismo tecnocratico innesca un malessere crescente. Con uno scatto di ribrezzo infantile chiudiamo il libro, quasi per interrompere un incubo,  ma non possiamo illuderci o fingere di non aver compreso: l’incubo è già divenuto realtà, nitido e tangibile dinanzi ai nostri occhi: i suoi protagonisti principali siamo noi.

L’Italia non sta vivendo altro che un processo di adattamento alla propria degradazione, da cui cerca di liberarsi solo nominalmente. “Tout va bien”: non ci sono nel paese masse di giovani criminaloidi , o nevrotici, o conformisti fino alla follia e alla più totale intolleranza, le notti sono sicure e serene, meravigliosamente mediterranee, i rapimenti, le rapine, le esecuzioni capitali, i milioni di scippi e di furti riguardano le pagine di cronaca dei giornali, ecc. ecc. Tutti si sono adattati o attraverso il non voler accorgersi di niente o attraverso la più inerte sdrammatizzazione. Ma devo ammettere che anche l’essersi accorti o l’aver drammatizzato non preserva affatto dall’adattamento o dall’accettazione. Dunque io mi sto adattando alla degradazione e sto accettando l’inaccettabile” 

(Pasolini. Abiura dalla “Trilogia della vita”1975 )

Da cinquant’anni l’odiosa civiltà dei consumi opera a piede libero nel nostro inconscio martoriato, pilotata da un Potere sempre più permissivo e falsamente democratico.  Tre generazioni sono state investite e disumanizzate dalla sua onda d’urto livellatrice. La mutazione antropologica ,profetizzata “ante-eventum” da Pasolini,  è compiuta in ogni suo proposito. Non c’è più niente da cambiare ormai. Eppure i mass media della società dello spettacolo continuano meccanicamente a ripetere il loro trito copione insinuandosi con tecniche migliorate , sempre più subdole ed efficienti , nelle nostre menti di  automi e consumatori compulsivi: non riescono, non vogliono e non possono saziarsi.  I “figli” sui quali il Poeta , Euripide redivivo , faceva ricadere “le colpe dei padri” hanno generato una prole insana e alienata,  affetta da un conformismo divenuto autistico, forse più devastante e abbietto di quello dei genitori. No, non si tratta di essere pessimisti, semmai di essere più realisti del re. Se i “giovani infelici” descritti da Pasolini erano “quasi tutti dei mostri” con lo sguardo e il pensiero “perpetuamente altrove”,  quelli attuali sono  zombie sghignazzanti , rozzi e nevrotici analfabeti senz’anima e futuro. Li vediamo in queste sere d’estate, identici l’uno all’altro, affollare le vie delle nostre città, radunarsi nei punti di “ritrovo-consumo” per celebrare il feticcio di una convivialità inesistente quanto insopportabile. Ghignano, bevono fino ad ubriacarsi, schiamazzano, fingono di vivere insieme agli altri, esibiscono i loro  corpi stereotipati per poi richiudersi nel loro stato di eterni insoddisfatti, d’ incompresi. Nessuno si occupa di loro e loro non si occupano di nessuno, tranne che soddisfare un edonismo scialbo, omologato, in cui sussiste, come unica verità, il principio di piacere. Ammesso e non concesso che ancora sappiano sognare, lo fanno seguendo i dettami di un immaginario omologato e prestabilito, infuso nelle loro menti ottenebrate dai modelli rappresentati dalla TV e dal  suo bombardamento ideologico.

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(Ragazzi, com’erano alla fine degli anni ’50. Da “Iconografia ingiallita” in “La Divina Mimesis”)

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( teenagers, 2013 . Immagini da Google )

Dopo mezzo secolo di eccessi materialistici la civiltà dei consumi è finalmente in crisi. I sintomi sono quotidiani ,  sotto gli occhi di tutti,  sia da un punto di vista prettamente economico che sociologico e umano. La grande abbuffata è finita e i falò di tutte le nostre vanità languono, senza alcuna possibilità di ravvivarli. Il lavoro non c’è più e senza di esso la “mega-macchina” (Latouche)  dello “sviluppo-consumo” non riesce più a funzionare.  Non senza un certo stupore da primati realizziamo che gran parte dei beni prodotti dallo sviluppo ,tanto incensato ed osannato, sono del tutto superflui, inutili al conseguimento di quelle che sono le autentiche necessità  degli individui. Pasolini aveva affermato anche questo, tornando più volte, nelle sue interviste, sulla differenza radicale che intercorre tra “Progresso” e “sviluppo”.

“Non c’è sordo peggiore di chi non vuol sentire” recita il vecchio adagio.
Gli italiani non ha mai voluto ascoltare realmente Pier Paolo Pasolini. Come affermava Moravia altre nazioni ,più degne della nostra, avrebbero dato tutto per avere un simile e grande personaggio nelle file dei loro artisti ed intellettuali. Noi invece, com’è nostro inveterato costume, abbiamo preferito emarginarlo e criticarlo con l’etichetta del “diverso”, dell’omosessuale , dello snob intellettuale che condanna e polemizza su tutto e tutti sfruttando quella sua parlantina sciolta e un po’ affettata, capace di suscitare soltanto antipatia e scandalo. Viene da pensare che, quasi come per una sorta di nemesi , l’Italia stia scontando ancora oggi, con il più totale imbarbarimento della vita politica e civile, la colpa di aver assassinato uno dei suoi più grandi poeti.

 

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