L’Europa ai piedi di Angie

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Terzo mandato e maggioranza assoluta sfiorata. Le elezioni tedesche del 22 settembre consegnano ad Angela Merkel una vittoria senza precedenti, che tuttavia non le permetterà di governare da sola. I liberali, alleati storici della Cdu-Csu, sono infatti rimasti fuori dal Parlamento e quindi la “cancelliera di ferro” sarà costretta alla “grosse koalition” con i socialdemocratici di Peer Steinbruek, usciti sconfitti seppur con un +4% rispetto alla tornata elettorale del 2009. La sconfitta della Spd, apparsa più che mai debole e senza idee,  dimostra come in Germania non esistano linee politiche alternative a quelle intraprese in questi anni dalla Merkel e difficilmente la grande coalizione alle porte riuscirà a indurre un qualche scostamento dalla strategia politica, economica e finanziaria condotta finora dalla Germania. Non dimentichiamo infatti che socialdemocratici e verdi, pur contestando i piani di austerity della cancelliera su alcuni dettagli, in Parlamento hanno sempre votato con lei sulle decisioni più importanti.

La maggioranza dei tedeschi dunque non accetta alcun cambiamento di rilievo in rapporto all’attuale politica europea del loro governo, respingendo  qualsiasi forma di meccanismo che implichi di farsi carico o di mettere in comune i debiti contratti dagli altri paesi (ovvero gli eurobond, un meccanismo comune di gestione della crisi bancaria e così via). Il cammino verso una maggiore integrazione appare più che mai sbarrata: le elezioni hanno dimostrato ancora una volta come per la Germania “più Europa” significa “maggiore controllo” sugli altri stati. Nessuna riforma dei trattati per collocare l’UE sulla via del federalismo e dell’unione politica, prospettiva che appare, con la nuova schiacciante vittoria di Frau Merkel, più che mai utopistica e remota.  

Probabilmente la coalizione che si appresta a governare la Germania farà il minimo necessario per evitare ad ogni crisi una rottura immediata dell’euro, prolungando una già pietosa agonia di un’ Europa senza anima. Niente di più. Vedremo quindi nuovi pacchetti di aiuti ai paesi più deboli, senza quella ristrutturazione del debito dei paesi del Sud, che secondo economisti quali Wolfgang Munchau del Financial Times, sarebbe indispensabile per risolvere veramente la crisi. 

In Grecia, come era prevedibile, non si fanno certo i salti di gioia per l’annunciata vittoria della Merkel,  il settimanale greco To Vima scrive sul suo sito:

“i tedeschi hanno detto un grande sì alla sovranità del loro paese in Europa, una sovranità costruita sulle rovine del sud di ciò che resta del vecchio continente “unito”. Era evidente e prevedibile: con la sua politica sulla crisi del debito, Angela Merkel ha forse trascinato gran parte dell’Europa verso la catastrofe, ma ha offerto ai tedeschi la possibilità di mangiarsi l’Europa in un sol boccone. […] Ancora una volta, ad Atene crollano le speranze. Merkel ha già fatto capire, fin dal primo momento, che la pressione sulla Grecia non diminuirà”.

Insomma, come sottolinea il sociologo tedesco Ulrick Beck, Angela Merkel sta mettendo in pratica un nuovo stile di potere politico, il “merkiavellismo”. «È meglio essere amato che temuto, o ’l converso? », chiedeva Machiavelli nel Principe. E rispondeva «che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma, perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua».

“Merkiavelli – prosegue Beck – sta applicando questo principio in modo nuovo e selettivo. All’estero dev’essere temuta, in casa amata (forse perché ha insegnato ai Paesi stranieri a temerla). Neoliberismo brutale per il mondo esterno, concertazione con una spruzzata di socialdemocrazia in casa: questa è la formula di successo che ha sistematicamente consentito a Merkiavelli di espandere il suo potere e quello della Germania”.

Ma a costi enormi per l’ Unione Europea. O per quel che ne rimane.

 
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