Sul dissesto idrogeologico tanti proclami ma pochi fatti. Le ultime alluvioni annunciate in Liguria e Toscana.

Ogni anno la stessa storia. Le solite alluvioni e le solite scuse. Non ci sono risorse, il patto di stabilità ecc. ecc. Ma si trovano i soldi per mega opere come la Tav o cacciabombardieri “patacca”. Il dopo alluvione è sempre uguale: se ne parla per giorni, tanti proclami contro il dissesto idrogeologico e tanti buoni propositi. Ma chi si dovrebbe attivare veramente per trovare delle soluzioni durature, alla fine non fa assolutamente nulla e ogni volta ci ritroviamo a dover fare la conta dei danni e dei morti.Immagine

Le alluvioni istantanee, le bombe d’acqua sono ormai la regola nel nostro paese: eventi figli del clima che si surriscalda e che si estremizza; più energia termica significa maggiore possibilità di eventi fuori scala rispetto al passato. Ma, anzichè intervenire, si guarda il cielo facendo gli scongiuri per poi dichiarare lo stato di emergenza  e spendere miliardi di euro per la ricostruzione. Se non si liberano i fiumi dall’aggressione cementizia, se non si rispettano le regole di un territorio così fragile e giovane come quello italiano e se, peggio, si favorisce l’abusivismo anche attraverso sciagurati piani casa e ancor più sciagurati condoni, il problema non si risolverà mai. Ma proprio questo è il punto: nessun decisore politico si impegna nella manutenzione del territorio attraverso piccole opere diffuse. Tanto tornerà il sole e ci si dimenticherà ancora una volta di tutto fino alla prossima tragedia.

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Canada: le foreste boreali rischiano di scomparire

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Molto spesso quando sentiamo parlare di deforestazione ci viene in mente l’Amazzonia, senza dubbio, per le sue proporzioni,  la più grave emergenza ambientale del pianeta. Ma c’è una regione al mondo in cui si sta perpetrando un crimine contro l’ambiente non meno devastante. Siamo in Alberta, Canada, dove le immense foreste boreali sono messe in pericolo dai giacimenti delle sabbie bituminose.

Le sabbie bituminose (o tar sands) consistono in depositi di sabbia ed argilla mischiate con bitume e greggio in uno stato solido o semi-solido. Le miniere comportano massicci disboscamenti e voragini che possono raggiungere una profondità di 75 metri. Il risultato è un paesaggio lunare, senza vita.

Le riserve canadesi di tar sands sono immense e coprono una superficie di 14 milioni di ettari di cui solo una piccola (si fa per dire) parte, circa 68mila ettari, è in fase di sfruttamento. Le compagnie che operano nella regione sono le solite note: oltre ad alcune piccole aziende locali, troviamo la anglo-olandese Shell, la francese Total, la norvegese Statoil e l’ormai tristemente famosa BP con sede a Londra. Un business che fa gola a molti e che necessita di un quantitativo di energia e di acqua enorme. Ogni anno 539 milioni di metri cubi di acqua finiscono nei macchinari delle compagnie petrolifere. Solo il 5-10 per cento di questo quantitativo torna a scorrere nei fiumi senza traccia (si spera) di sostanze inquinanti. Il resto, un liquido infernale ricco di metalli pesanti, idrocarburi e altre sostanze chimiche altamente tossiche, finisce in enormi bacini. Laghi artificiali dove si accumulano gli scarti di lavorazione delle sabbie.

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Il panorama dell’Alberta è costellato da questi bacini, molto spesso dotati di spaventapasseri per scacciare i volatili che altrimenti sarebbero avvelenati all’istante.

Uno dei polmoni verdi del pianeta rischia dunque di sparire. Gli alberi, la torba, il terreno di questo spicchio di Canada custodiscono l’11 per cento di tutto il carbonio emesso dalla Terra. Nonostante questo la deforestazione prosegue impetuosa.

I limiti ignorati e il fallimento dell’idea di progresso

La condizione umana è inscritta dentro dei limiti. La nostra intelligenza ci consente di superare una grande varietà di ostacoli ma non ci autorizza a fare tutto nè a conoscere tutto. La scienza e la tecnologia, pur avanzate che siano, non ci permettono di travalicare limiti che sono insiti nella natura umana e la finitezza del pianeta, le cui risorse (spesso lo dimentichiamo) non sono illimitate, ci impone di sottostare ai dati fisici, biologici e geologici. L’ignoranza della conoscenza dei limiti è alla base dell’attuale triplice crisi (economica, sociale ed ambientale).

Scrive Serge Latouche nel suo ultimo saggio “Limite” (2012, Bollati Boringhieri): “I limiti economici chiaramente sono strettamente correlati con i limiti ecologici. Se l’ecosistema esplode, è proprio perchè l’economia della crescita è fondata sull’illimitatezza. Tuttavia, questo “sempre di più” su cui si basano il sistema capitalistico e la società dei consumi non avrebbe potuto affermarsi se la scienza e la tecnica non avessero creato mezzi inauditi di sfruttamento e di distruzione della natura e non avessero fatto intravedere la possibilità di una potenza infinita”.

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I nostri nonni contadini, invece, erano ben consapevoli dell’ esistenza di limiti, poichè nella civiltà preindustriale non si tentava di superarli, bensì si viveva in armonia con essi, la sobrietà e la parsimonia erano valori in quanto permettevano di mantenere tale armonia. Al contrario, fa parte della cultura del progresso pensare che si possano superare limiti di qualsiasi genere: inquinare l’acqua perchè ce ne sarà di nuova pulita, uccidere animali e abbattere alberi perchè rinasceranno, e se questo non è possibile oggi lo sarà in futuro grazie a nuove scoperte scientifiche o, perchè no, alla colonizzazione di nuovi pianeti da sfruttare. La società dei consumi ha dunque elevato l’eccesso e la mancanza di prudenza a valore assoluto. Le catastrofi tecnologiche – da Chernobyl ai Concorde che cadono ai megaponti che crollano – i rischi ambientali e le minacce derivanti dalla chimica e dalla biotecnologia, i crack economici generati dall’anarchia del libero mercato finanziario, l’inquinamento dei suoli, dell’acqua e dell’aria, l’effetto serra sono tutti prodotti globali di azioni che hanno sfidato una qualsivoglia prudenza, sotto il segno di una razionalità moderna e calcolatrice alla ricerca del massimo profitto. Sono questi i tratti salienti di quella che il sociologo tedesco Ulrick Beck chiamò già negli anni ’80 “società del rischio”, una società globalizzata in cui le persone ogni giorno si trovano ad affrontare i rischi prodotti dalla stessa modernità, che travalicano i confini nazionali e di classe.

In conclusione è chiaro che la certezza che più di altre crolla è quella affidata al “progresso”: questo veniva definito come una freccia, la freccia lineare del tempo orientata verso un avvenire radioso e quest’avvenire si definiva soprattutto in base alle certezze della scienza e della tecnica. Oggi evidentemente le cose non stanno più così, se mai in effetti lo sono state. L’idea di progresso lineare, inarrestabile ha ormai perso peso fino ad annullarsi. E qui risuonano le parole attualissime di Adorno: “Si potrebbe dunque asserire che il progresso si attua veramente là dove finisce”. La nuova idea di progresso dovrà dunque obbligarci alla prudenza, alla scelta selettiva, ad un esame minuzioso delle possibili conseguenze delle nostri azioni. La “ragione”, quella baconiana, moderna, scientifica e tecnologica dovrà necessariamente lasciare il posto alla “ragionevolezza”.

F35: per portaerei Cavour servono modifiche. E intanto i vigili del fuoco lanciano l’allarme: mancano i mezzi antincendio.

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Sulla portaerei Cavour potrebbero essere necessarie importanti, quanto costose, modifiche. Ad affermarlo sono i deputati di Sel Donatella Duranti e Michele Piras in un’interrogazione al Ministro della Difesa Mario Mauro. ”In Italia sulla portaerei Cavour sono imbarcati i velivoli a decollo verticale Harrier, che saranno sostituiti dagli F35. Ora veniamo a sapere dall’ammiraglio Greenert, Chief of Naval Operations della marina Usa, su alcune autorevoli riviste americane del settore, che per consentire le operazioni di decollo e atterraggio degli F35 saranno necessarie estese modifiche alle navi che ospiteranno tali velivoli”. E aggiungono: “Sinistra Ecologia e Liberta’  intende sapere quali siano gli interventi correttivi sulla struttura della Cavour, quale sara’ la durata dei lavori eventualmente necessari, e quale il loro costo aggiuntivo”. 

Attendiamo risposta al più presto sperando ancora in un passo indietro che probabilmente non ci sarà vista l’intransigenza mostrata in queste settimane dal ministro Mauro e delle forze politiche che appoggiano questo governo. PD compreso. Eppure in piena campagna elettorale, l’ex segretario Bersani, disse al Tg2: «Nell’ambito delle spese militari bisogna assolutamente rivedere il nostro impegno per gli F35. La nostra priorità non sono i caccia, la nostra priorità è il lavoro». Riuscirà il Pd a rinsavire in tempo e ad accantonare finalmente l’acquisto di questi inutili apparecchi militari?

E intanto l’Unione Sindacale di base dei Vigili del Fuoco lancia l’allarme: “affronteremo gli incendi estivi con soli 15 Canadair ed un solo elicottero AB412 operativi su tutto il territorio nazionale». L’Usb VV.F. denuncia che, se non verranno reperite le risorse ed espletate le necessarie procedure amministrative, queste saranno le dotazioni con cui il Corpo Nazionale dovrà supportare le richieste di soccorso aereo provenienti dalle Regioni. 

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(Qui il nostro appello lanciato alcuni giorni fa:  https://aspasiascircle.wordpress.com/2013/07/04/meno-f35-piu-canadair/)