Come lucrare su una tragedia

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L’immane tragedia di Lampedusa, 309 i corpi fin qui recuperati, ci spinge ad una breve riflessione sul tema immigrazione. Abbiamo assistito alle visite del presidente del Consiglio Letta e del presidente della Commissione europea Barroso, che , commossi, hanno reso omaggio alla distesa di bare. Ma tale commozione, di cui non mettiamo in discussione la sincerità, non cambia il fatto che a provocare quel gran numero di morti assurde sia stata la politica delle istituzioni che rappresentano. Una politica di disincentivazione dell’immigrazione che dal 1998 a oggi ha portato alla morte di più di 19mila persone, annegate nel Mediterraneo nel tentativo di approdare ad una vita migliore.

Non facciamo finta di non capire che i cadaveri di Lampedusa non siano frutto di un naufragio, ma di una logica economica che deruba le popolazioni delle proprie radici economiche, culturali e politiche. In Africa le risorse e il territorio vengono depredate da un capitalismo che fa dell’avidità il proprio paradigma, violando ogni regola sul piano della giustizia e della dignità umana, della pace e della democrazia.

Il rischio è che le persone finiscano per combattersi tra loro, vittime dell’intolleranza e dell’ignoranza. Invece di vedere le migrazioni e la povertà come conseguenze della guerra economica contro il pianeta, i rifugiati economici vengono criminalizzati e trattati come delinquenti.

E le forze razziste e fasciste sono pronte a lucrare su questi fenomeni, spingendo i cittadini a credere che i migranti siano la causa della loro disoccupazione e dell’insicurezza economica, distogliendo l’attenzione dalle strutture economiche che favoriscono le multinazionali a danno delle popolazioni e del pianeta.

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L’Europa ai piedi di Angie

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Terzo mandato e maggioranza assoluta sfiorata. Le elezioni tedesche del 22 settembre consegnano ad Angela Merkel una vittoria senza precedenti, che tuttavia non le permetterà di governare da sola. I liberali, alleati storici della Cdu-Csu, sono infatti rimasti fuori dal Parlamento e quindi la “cancelliera di ferro” sarà costretta alla “grosse koalition” con i socialdemocratici di Peer Steinbruek, usciti sconfitti seppur con un +4% rispetto alla tornata elettorale del 2009. La sconfitta della Spd, apparsa più che mai debole e senza idee,  dimostra come in Germania non esistano linee politiche alternative a quelle intraprese in questi anni dalla Merkel e difficilmente la grande coalizione alle porte riuscirà a indurre un qualche scostamento dalla strategia politica, economica e finanziaria condotta finora dalla Germania. Non dimentichiamo infatti che socialdemocratici e verdi, pur contestando i piani di austerity della cancelliera su alcuni dettagli, in Parlamento hanno sempre votato con lei sulle decisioni più importanti.

La maggioranza dei tedeschi dunque non accetta alcun cambiamento di rilievo in rapporto all’attuale politica europea del loro governo, respingendo  qualsiasi forma di meccanismo che implichi di farsi carico o di mettere in comune i debiti contratti dagli altri paesi (ovvero gli eurobond, un meccanismo comune di gestione della crisi bancaria e così via). Il cammino verso una maggiore integrazione appare più che mai sbarrata: le elezioni hanno dimostrato ancora una volta come per la Germania “più Europa” significa “maggiore controllo” sugli altri stati. Nessuna riforma dei trattati per collocare l’UE sulla via del federalismo e dell’unione politica, prospettiva che appare, con la nuova schiacciante vittoria di Frau Merkel, più che mai utopistica e remota.  

Probabilmente la coalizione che si appresta a governare la Germania farà il minimo necessario per evitare ad ogni crisi una rottura immediata dell’euro, prolungando una già pietosa agonia di un’ Europa senza anima. Niente di più. Vedremo quindi nuovi pacchetti di aiuti ai paesi più deboli, senza quella ristrutturazione del debito dei paesi del Sud, che secondo economisti quali Wolfgang Munchau del Financial Times, sarebbe indispensabile per risolvere veramente la crisi. 

In Grecia, come era prevedibile, non si fanno certo i salti di gioia per l’annunciata vittoria della Merkel,  il settimanale greco To Vima scrive sul suo sito:

“i tedeschi hanno detto un grande sì alla sovranità del loro paese in Europa, una sovranità costruita sulle rovine del sud di ciò che resta del vecchio continente “unito”. Era evidente e prevedibile: con la sua politica sulla crisi del debito, Angela Merkel ha forse trascinato gran parte dell’Europa verso la catastrofe, ma ha offerto ai tedeschi la possibilità di mangiarsi l’Europa in un sol boccone. […] Ancora una volta, ad Atene crollano le speranze. Merkel ha già fatto capire, fin dal primo momento, che la pressione sulla Grecia non diminuirà”.

Insomma, come sottolinea il sociologo tedesco Ulrick Beck, Angela Merkel sta mettendo in pratica un nuovo stile di potere politico, il “merkiavellismo”. «È meglio essere amato che temuto, o ’l converso? », chiedeva Machiavelli nel Principe. E rispondeva «che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma, perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua».

“Merkiavelli – prosegue Beck – sta applicando questo principio in modo nuovo e selettivo. All’estero dev’essere temuta, in casa amata (forse perché ha insegnato ai Paesi stranieri a temerla). Neoliberismo brutale per il mondo esterno, concertazione con una spruzzata di socialdemocrazia in casa: questa è la formula di successo che ha sistematicamente consentito a Merkiavelli di espandere il suo potere e quello della Germania”.

Ma a costi enormi per l’ Unione Europea. O per quel che ne rimane.

 

RECENSIONI: Stefano Bartolini “Manifesto per la felicità”: Società del ben-avere V.S Società del ben-essere.

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“ Molti psicologi e psichiatri rifiutano l’idea che la società nel suo insieme potrebbe essere malata. Assumono che il problema della salute mentale in una società è solo quello degli individui “inadeguati” e non quello di una possibile inadeguatezza della cultura stessa” .

(Erich Fromm)

Mai citazione fu più azzeccata per l’incipit del  libro che proponiamo alla vostra attenzione,  di ritorno dalla lunga pausa estiva.

Stefano Bartolini è docente di economia politica e sociale presso la facoltà di economia “Richard M. Goodwin” dell’Università di Siena e ha pubblicato numerosi saggi e articoli sulle più prestigiose riviste internazionali. Fin dalle prime pagine notiamo  una capacità di esposizione chiara, semplice e avvincente. Con un linguaggio scevro da tecnicismi anche il lettore digiuno di economia e sociologia può addentrarsi , senza troppe difficoltà, negli assunti principali di questo saggio.

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La nostra società è profondamente malata poiché plasmata su assiomi culturali divenuti ormai bulimici e, nella maggioranza dei casi, errati. Le idee classiche di “sviluppo”, “crescita”, “consumo” e “Pil” , fino a questi anni seguite ciecamente, alla stregua di dogmi inviolabili, dall’establishment economico finanziario mondiale, hanno proiettato l’essere umano verso una corsa sfrenata alla produzione e accumulo di ricchezze, verso un’idea di lavoro alienante, drammaticamente distante da quelli che sono i nostri reali e sostanziali bisogni. I risultati di questa drammatica scelta sono sotto gli occhi di tutti, ogni giorno: aumento delle patologie depressive, alcolismo, consumo di droghe, malessere sociale, violenza , infelicità diffusa, crollo delle relazioni.  Negli ultimi anni la possibilità di misurare in modo scientifico ed affidabile il tasso di felicità di una nazione ha svelato il grande inganno che si cela dietro alla civiltà dei consumi e del presunto “ben-essere”.

Bartolini parte dall’esempio negativo degli Stati Uniti, da sempre assunti a modello dal resto della civiltà occidentale: “Negli ultimi trentacinque anni, l’America è stata protagonista di una vigorosa crescita economica. Ma mentre il loro paese somigliava sempre più alla terra promessa dell’opulenza consumistica, gli americani si sentivano sempre peggio. Si dichiaravano meno felici e sperimentavano il dilagare di un’epidemia di malattie mentali. Perché questa carestia di benessere nel bel mezzo dell’abbondanza economica?” 

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Qualcosa, dunque, non funziona. La crisi sociale e l’abbondanza economica sono strettamente correlate, specialmente quando i dati sulla “misurazione della felicità” ci indicano che le nazioni più felici sono da ricercarsi fra quelle più povere e con il più basso tasso di “Pil” e sviluppo.

L’AMERICA E IL DECLINO DELLE RELAZIONI: un esempio da non seguire. 

Secondo l’approccio  NEG ( Negative Endogenous Growthcrescita endogena negativa ) crisi sociale e dinamismo economico sono strettamente collegati. I dati sugli U.S.A nel periodo 1975-2004 mostrano che l’aumento del reddito pro capite è stato più che compensato da diversi fattori negativi: il principale è il declino delle relazioni, con un sostanziale aumento della solitudine, delle difficoltà comunicative, della paura, del senso di isolamento, della diffidenza, dell’instabilità delle famiglie così come delle fratture generazionali , della solidarietà e dell’onestà, della partecipazione sociale e civica con conseguente peggioramento del clima sociale.

Gli americani cercano nel lavoro e nella maggior ricchezza materiale una compensazione al peggioramento delle loro condizioni relazionali. Ma a loro volta il tempo e le energie dedicati al lavoro vengono sottratti alle relazioni e quindi le persone che lavorano molto tendono ad avere relazioni peggiori” ( Bartolini, “Manifesto per la felicità” pag.17) 

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L’America è dunque l’esempio da non seguire, persa in un circolo vizioso in cui la cultura del consumo sembra aver completamente rimpiazzato ogni altro valore. Adottando i valori consumisti ( elevata priorità ad obbiettivi quali denaro, beni di consumo, successo ecc. ) l’individuo sembra via via attribuire sempre meno importanza ed attenzione agli affetti, alle relazioni in generale o ai comportamenti pro-sociali. Uno dei risultati più allarmanti di questo “trend” culturale è la particolare tendenza alla “reificazione” ( objectification ) dell’altro, ovvero il considerare gli altri individui come meri oggetti. La reificazione infatti sembra incarnarsi nella bassa generosità, capacità cooperativa , genuinità ( non strumentalità) ed elevati cinismo e sfiducia con cui gli individui consumisti fondano i loro rapporti.

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QUALI VIE D’USCITA?

La posizione di Bartolini  strizza più volte l’occhio a quella già riproposta da altri autorevoli  sociologi e filosofi quali Z. Bauman e S. Latouche rivendicando , con forza, la necessità di un cambiamento radicale e una vera e propria inversione di rotta.

Scagliandosi contro i miopi e ipocriti detrattori della “decrescita felice”, asserragliati  in un immobilismo nichilista, lo studioso ci mostra come una via d’uscita sia effettivamente possibile partendo da un dato di fatto di natura squisitamente antropologica: il senso della possibilità”.

“Gli esseri umani hanno due capacità molto spiccate rispetto agli altri animali: la capacità di adattamento individuale a un dato ambiente ( incluso quello economico e sociale) e la capacità di cambiare l’ambiente adattandolo alle proprie esigenze. Renato Palma definisce questa seconda capacità come senso della possibilità . Esso è l’impulso a provare inteso come base per migliorare l’esperienza e i frutti del lavoro, cominciando con il cibo. Per gli essere umani il possibile precede il reale. Il cervello umano ha inventato la capacità di progettare cambiamenti, cioè l’alternativa. Il senso della possibilità è alla base del nostro successo evolutivo perché ci ha resi capaci di adattare l’ambiente alle nostre necessità. Ci ha reso possibile inventare tecnologie, istituzioni, regole, ambienti sociali e culture che hanno lo scopo di migliorare la nostra vita. Ci ha resi capaci di progettare esperienze finalizzate al raggiungimento di condizioni di vita più facili e godibili. Questa è la nostra peculiarità biologica principale. Esistono altre specie che sono molto adattabili, ad esempio i topi e gli scarafaggi, ma nessuna dotata di senso della possibilità. Le istituzioni formative principali, la famiglia e la scuola, privilegiano però sistematicamente la capacità di adattamento individuale, assumendo l’ambiente economico e sociale come un dato. E scoraggiano il senso della possibilità, la capacità di adattare tale ambiente considerandolo invece quale esso è, cioè un prodotto umano. Altre istituzioni formative, come i media, si occupano invece di confinare il senso della possibilità nella sfera del possesso” ( “Manifesto per la felicità” pag. 31-32).

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La cultura occidentale, dunque, è divenuta depressa e decadente giacché sperimenta in sé un senso d’impossibilità ad indirizzare le cose verso un miglioramento che, secondo certe leggi di natura, sarebbe del tutto possibile. “L’ambiente economico e sociale è un prodotto umano e come tale può essere orientato verso il benessere”.

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Partendo da questa tesi il libro suggerisce una serie di trasformazioni e miglioramenti audaci, radicali  ma  applicabili,  volti ad arrestare il dilagare del malessere e dell’infelicità sociale, ricercando le cause del disagio  con l’utilizzo di strumenti antropologici e statistici che ben s’affiancano a quelli di matrice umanistica e filosofica. L’idea principale suggerita da Bartolini è quella di riportare l’essere umano , con i suoi reali bisogni primari,  al centro del dibattito su sviluppo e ben-essere, ridimensionando – talvolta in maniera drastica  ma necessaria – le sovrastrutture culturali esistenti. Le principali istituzioni sociali ( scuola, media, sanità, lavoro ) così come i luoghi stessi del vivere quotidiano ( città, spazi pubblici ecc.) vengono ripensati in un’ottica nuova, mirata al soddisfacimento di quei bisogni avvelenati e frustrati  dai “falsi valori” consumisti. Non più la società del “ben-avere”, incentrata ciecamente sul “lavoro per il lavoro”, il possesso e il consumo compulsivo di beni futili, ma una società in cui un nuovo ed illuminato “ben-essere” miri a “riumanizzare” il tessuto di relazioni fra ogni singola esistenza.

Canada: le foreste boreali rischiano di scomparire

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Molto spesso quando sentiamo parlare di deforestazione ci viene in mente l’Amazzonia, senza dubbio, per le sue proporzioni,  la più grave emergenza ambientale del pianeta. Ma c’è una regione al mondo in cui si sta perpetrando un crimine contro l’ambiente non meno devastante. Siamo in Alberta, Canada, dove le immense foreste boreali sono messe in pericolo dai giacimenti delle sabbie bituminose.

Le sabbie bituminose (o tar sands) consistono in depositi di sabbia ed argilla mischiate con bitume e greggio in uno stato solido o semi-solido. Le miniere comportano massicci disboscamenti e voragini che possono raggiungere una profondità di 75 metri. Il risultato è un paesaggio lunare, senza vita.

Le riserve canadesi di tar sands sono immense e coprono una superficie di 14 milioni di ettari di cui solo una piccola (si fa per dire) parte, circa 68mila ettari, è in fase di sfruttamento. Le compagnie che operano nella regione sono le solite note: oltre ad alcune piccole aziende locali, troviamo la anglo-olandese Shell, la francese Total, la norvegese Statoil e l’ormai tristemente famosa BP con sede a Londra. Un business che fa gola a molti e che necessita di un quantitativo di energia e di acqua enorme. Ogni anno 539 milioni di metri cubi di acqua finiscono nei macchinari delle compagnie petrolifere. Solo il 5-10 per cento di questo quantitativo torna a scorrere nei fiumi senza traccia (si spera) di sostanze inquinanti. Il resto, un liquido infernale ricco di metalli pesanti, idrocarburi e altre sostanze chimiche altamente tossiche, finisce in enormi bacini. Laghi artificiali dove si accumulano gli scarti di lavorazione delle sabbie.

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Il panorama dell’Alberta è costellato da questi bacini, molto spesso dotati di spaventapasseri per scacciare i volatili che altrimenti sarebbero avvelenati all’istante.

Uno dei polmoni verdi del pianeta rischia dunque di sparire. Gli alberi, la torba, il terreno di questo spicchio di Canada custodiscono l’11 per cento di tutto il carbonio emesso dalla Terra. Nonostante questo la deforestazione prosegue impetuosa.