Canada: le foreste boreali rischiano di scomparire

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Molto spesso quando sentiamo parlare di deforestazione ci viene in mente l’Amazzonia, senza dubbio, per le sue proporzioni,  la più grave emergenza ambientale del pianeta. Ma c’è una regione al mondo in cui si sta perpetrando un crimine contro l’ambiente non meno devastante. Siamo in Alberta, Canada, dove le immense foreste boreali sono messe in pericolo dai giacimenti delle sabbie bituminose.

Le sabbie bituminose (o tar sands) consistono in depositi di sabbia ed argilla mischiate con bitume e greggio in uno stato solido o semi-solido. Le miniere comportano massicci disboscamenti e voragini che possono raggiungere una profondità di 75 metri. Il risultato è un paesaggio lunare, senza vita.

Le riserve canadesi di tar sands sono immense e coprono una superficie di 14 milioni di ettari di cui solo una piccola (si fa per dire) parte, circa 68mila ettari, è in fase di sfruttamento. Le compagnie che operano nella regione sono le solite note: oltre ad alcune piccole aziende locali, troviamo la anglo-olandese Shell, la francese Total, la norvegese Statoil e l’ormai tristemente famosa BP con sede a Londra. Un business che fa gola a molti e che necessita di un quantitativo di energia e di acqua enorme. Ogni anno 539 milioni di metri cubi di acqua finiscono nei macchinari delle compagnie petrolifere. Solo il 5-10 per cento di questo quantitativo torna a scorrere nei fiumi senza traccia (si spera) di sostanze inquinanti. Il resto, un liquido infernale ricco di metalli pesanti, idrocarburi e altre sostanze chimiche altamente tossiche, finisce in enormi bacini. Laghi artificiali dove si accumulano gli scarti di lavorazione delle sabbie.

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Il panorama dell’Alberta è costellato da questi bacini, molto spesso dotati di spaventapasseri per scacciare i volatili che altrimenti sarebbero avvelenati all’istante.

Uno dei polmoni verdi del pianeta rischia dunque di sparire. Gli alberi, la torba, il terreno di questo spicchio di Canada custodiscono l’11 per cento di tutto il carbonio emesso dalla Terra. Nonostante questo la deforestazione prosegue impetuosa.

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I limiti ignorati e il fallimento dell’idea di progresso

La condizione umana è inscritta dentro dei limiti. La nostra intelligenza ci consente di superare una grande varietà di ostacoli ma non ci autorizza a fare tutto nè a conoscere tutto. La scienza e la tecnologia, pur avanzate che siano, non ci permettono di travalicare limiti che sono insiti nella natura umana e la finitezza del pianeta, le cui risorse (spesso lo dimentichiamo) non sono illimitate, ci impone di sottostare ai dati fisici, biologici e geologici. L’ignoranza della conoscenza dei limiti è alla base dell’attuale triplice crisi (economica, sociale ed ambientale).

Scrive Serge Latouche nel suo ultimo saggio “Limite” (2012, Bollati Boringhieri): “I limiti economici chiaramente sono strettamente correlati con i limiti ecologici. Se l’ecosistema esplode, è proprio perchè l’economia della crescita è fondata sull’illimitatezza. Tuttavia, questo “sempre di più” su cui si basano il sistema capitalistico e la società dei consumi non avrebbe potuto affermarsi se la scienza e la tecnica non avessero creato mezzi inauditi di sfruttamento e di distruzione della natura e non avessero fatto intravedere la possibilità di una potenza infinita”.

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I nostri nonni contadini, invece, erano ben consapevoli dell’ esistenza di limiti, poichè nella civiltà preindustriale non si tentava di superarli, bensì si viveva in armonia con essi, la sobrietà e la parsimonia erano valori in quanto permettevano di mantenere tale armonia. Al contrario, fa parte della cultura del progresso pensare che si possano superare limiti di qualsiasi genere: inquinare l’acqua perchè ce ne sarà di nuova pulita, uccidere animali e abbattere alberi perchè rinasceranno, e se questo non è possibile oggi lo sarà in futuro grazie a nuove scoperte scientifiche o, perchè no, alla colonizzazione di nuovi pianeti da sfruttare. La società dei consumi ha dunque elevato l’eccesso e la mancanza di prudenza a valore assoluto. Le catastrofi tecnologiche – da Chernobyl ai Concorde che cadono ai megaponti che crollano – i rischi ambientali e le minacce derivanti dalla chimica e dalla biotecnologia, i crack economici generati dall’anarchia del libero mercato finanziario, l’inquinamento dei suoli, dell’acqua e dell’aria, l’effetto serra sono tutti prodotti globali di azioni che hanno sfidato una qualsivoglia prudenza, sotto il segno di una razionalità moderna e calcolatrice alla ricerca del massimo profitto. Sono questi i tratti salienti di quella che il sociologo tedesco Ulrick Beck chiamò già negli anni ’80 “società del rischio”, una società globalizzata in cui le persone ogni giorno si trovano ad affrontare i rischi prodotti dalla stessa modernità, che travalicano i confini nazionali e di classe.

In conclusione è chiaro che la certezza che più di altre crolla è quella affidata al “progresso”: questo veniva definito come una freccia, la freccia lineare del tempo orientata verso un avvenire radioso e quest’avvenire si definiva soprattutto in base alle certezze della scienza e della tecnica. Oggi evidentemente le cose non stanno più così, se mai in effetti lo sono state. L’idea di progresso lineare, inarrestabile ha ormai perso peso fino ad annullarsi. E qui risuonano le parole attualissime di Adorno: “Si potrebbe dunque asserire che il progresso si attua veramente là dove finisce”. La nuova idea di progresso dovrà dunque obbligarci alla prudenza, alla scelta selettiva, ad un esame minuzioso delle possibili conseguenze delle nostri azioni. La “ragione”, quella baconiana, moderna, scientifica e tecnologica dovrà necessariamente lasciare il posto alla “ragionevolezza”.

In Italia ogni 5 mesi cementificata area come Napoli. L’allarme dell’ISPRA sul consumo di suolo.

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Dalle mancate bonifiche allo smog, dalla cementificazione agli animali a rischio estinzione. Tutte criticità che rischiano di diventare presto vere e proprie emergenze ambientali secondo la fotografia scattata dall’Annuario dei dati ambientali dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). L’Italia continua a superare i limiti di inquinamento dell’aria, con lo smog che preoccupa soprattutto nelle grandi città, e il consumo di suolo che galoppa verso livelli mai toccati da 50 anni a questa parte. Buone notizie, invece, per quanto riguarda la gestione dei rifiuti: la produzione è scesa mentre la raccolta differenziata continua ad aumentare.

Il dato che più preoccupa è senza dubbio quello della cementificazione incontrollata. Ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una superficie pari alla somma di quelle dei comuni di Milano e di Firenze. Nell’annuario dei dati ambientali 2012 emerge inoltre che in Italia sono stati consumati, in media, 7 m2 al secondo per oltre 50 anni. Oggi il consumo di suolo raggiunge gli 8 m2 al secondo. Un dossier pubblicato da WWF e FAI nel 2012 rivela altri dati allarmanti: 75 ettari al giorno vengono fagocitati da lingue di asfalto, sommersi da colate di cemento. Ben 600mila ettari di suolo sono così scomparsi negli ultimi cinquant’anni.  Ma quali sono le cause di questa vera e propria esplosione di cemento? Il dossier di WWF e FAI ne individua due principali: l’abusivismo e l’attività di cava.

Dal 1948 ad oggi sono stati compiuti 4,5 milioni di abusi: 75mila l’anno, 207 al giorno. Molti di questi di grandi dimensioni, opera delle lobby del cemento (molte delle quali legate alle mafie). Una pratica, quella dell’abusivismo, favorita e quasi incentivata dai condoni, 3 negli ultimi 16 anni.

Poi ci sono le cave. Nel solo 2006 hanno mutilato il territorio scavando 375 milioni di tonnellate di inerti e 320 milioni di tonnellate di argilla, calcare, gessi e pietre ornamentali. Ne risulta un territorio fragile, in equilibrio precario, soggetto a frane, smottamenti, alluvioni, esondazioni, a forte rischio desertificazione, come mai prima d’ora.

Si tratta di una vera e propria emergenza nazionale, ignorata e sottovalutata per decenni. Ma forse dopo anni di indifferenza qualche timido passo in avanti si comincia ad intravedere. Nel giugno scorso il governo Letta ha approvato un DDL per il contenimento del consumo di suolo ed il riuso del suolo edificato. Il provvedimento, in sostanza, ha lo scopo di impedire che il suolo venga eccessivamente eroso e consumato dall’urbanizzazione e di promuovere e sostenere il riuso e la rigenerazione di aree già interessate da processi di edificazione.

Un buon passo avanti rispetto al nulla assoluto di questi ultimi decenni.

Ma non basta, occorre un no categorico a ogni qualsivoglia tipo di condono edilizio. Pratica e termine che esiste soltanto nel nostro paese. Un governo che ha nelle proprie file esponenti di un partito il cui leader ha più volte evocato in campagna elettorale condoni tombali potrà essere in grado di metterlo nero su bianco? Staremo a vedere.

Infine una buona notizia: nei giorni scorsi avevamo parlato del colpo di spugna contenuto nel cosiddetto Decreto del Fare (https://aspasiascircle.wordpress.com/2013/07/09/decreto-del-fare-chi-inquina-le-falde-non-paghera-piu/). Ebbene, dopo settimane di mobilitazione e pressione istituzionale  contro la norma  che avrebbe modificato l’art. 243 del Testo Unico Ambientale 2006 in materia di Bonifiche delle falde acquifere contaminate, volta ad introdurre il pericolosissimo principio della opzionalità della bonifica definitiva in base al criterio della sostenibilità economica dell’impresa inquinatrice. Il testo è stato emendato nelle commissioni parlamentari competenti, che hanno cancellato le norme incriminate e ritornerà in aula senza i due punti di maggiore criticità:

▪ la sostituzione dell’obbligo di  ”eliminazione” della fonte inquinante, sostituita dalla sola “attenuazione”

▪ l’introduzione del principio per cui la bonifica permanente diveniva necessaria solo “ove possibile e economicamente sostenibile”.

Un risultato importante che ci riporta all’importanza del controllo sociale di cittadini, comitati e movimenti su temi di estrema rilevanza.

Sorpasso storico: le biciclette vendute superano le auto. Ma l’Italia rimane fanalino di coda sulla mobilità sostenibile.

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Non succedeva dal lontano 1953, agli albori del miracolo economico: nel 2012, complice la crisi, in Italia ci sono state più biciclette vendute che auto immatricolate. Ma a dire il vero si tratta di una gara a chi fa meno peggio; anche il mercato delle bici si trova ad attraversare un periodo di sofferenza. I dati ufficiali relativi all’anno 2012 vedono un calo nella vendita delle biciclette dell’8.2 % rispetto all’anno precedente. Un decremento che comunque non preoccupa più di tanto: il settore delle due ruote tiene e resiste meglio di altri che contano perdite a due cifre. Il segreto del successo?  La bici è facile da usare, costa poco, è maneggevole,  non inquina e fa bene alla salute. E su brevi tratti di strada da percorrere non ha rivali, batte qualsiasi altro mezzoIl sorpasso è storico, ma la strada da fare è ancora lunga. L’Italia rimane uno dei paesi con  il più alto tasso di motorizzazione al mondo, 60 auto ogni 100 abitanti, contro il 50% della Germania e una media europea che si aggira sul 47%.Ma non solo. Mancano le infrastrutture e le minime condizioni di sicurezza per chi osa sfidare il traffico. Mentre in Germania si arriva a progettare addirittura un’autostrada per biciclette che collegherà le città di Dortmund e Duisburg, le nostre città in molti casi non sono nemmeno dotate di piste ciclabili degne di questo nome.

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Anzi, in Italia si continua ad investire sul trasporto veicolare: notizia di pochi giorni fa il via libera della Regione Toscana alla terza corsia su un tratto di 27 km della A11 (costo 400 milioni). E poi ci sono la Pedemontana lombarda, la Tirrenica, sempre in Toscana, e innumerevoli altri assi viari in via di progettazione o già in realizzazione in mezza Italia. Nuove autostrade che comportano danni ambientali irreparabili, consumo di suolo e ferite al paesaggio. Il lavoro da fare, insomma,  è ancora molto. Il sorpasso di cui sopra fa ben sperare almeno in un cambio di mentalità dell’italiano medio. Si spera che anche amministratori locali e nazionali seguano e assecondino questa tendenza. E forse in un futuro non troppo lontano l’Italia diventerà un paese a misura di ciclisti e le nostre città saranno delle piccole Amsterdam. Noi ci speriamo.