MOSTRE: “IL RINASCIMENTO DA FIRENZE A PARIGI. ANDATA E RITORNO” Villa Bardini. Firenze. 6 Settembre – 31 Dicembre 2013

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Se, per consuetudine, Piazzale Michelangelo è ritenuto, a Firenze, il punto migliore e più conosciuto dal quale godere  il panorama sulla città, la vista che si apre ai nostri occhi dalle terrazze e i giardini all’inglese di Villa Bardini ci regala sensazioni altrettanto grandiose ma in una quiete intima e riflessiva , di gran lunga più elegante e raffinata.

Dopo un caffè assaporato all’ombra del grazioso loggiato del Belvedere, ci addentriamo nelle sale della  Villa per gustare una mostra dalle dimensioni contenute , ben allestita ( eccezion fatta, forse,  per alcune illuminazioni poco ortodosse ).

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Tutte le opere provengono dalla collezione del Museo Jacquemart-André di Parigi, riunita, tra il 1864 e il 1912, dai coniugi e proprietari Edouard André e Nélie Jacquemart , opere acquistate proprio qui, a Firenze, dai depositi del celebre antiquario e collezionista Stefano Bardini ( 1836 – 1922 ) proprietario della Villa.

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( Stefano Bardini)

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( Nélie Jacquemart, autoritratto )

Tra i pezzi più importanti e degni di nota troviamo, nella prima sala, alcuni capolavori del primo Rinascimento Fiorentino fra i quali “San Giorgio e il Drago” di Paolo Uccello , una deliziosa placchetta bronzea e il busto di Ludovico Gonzaga del Donatello nonché il “Ritratto di donna” dello Scheggia , fratello del grande Masaccio , assunto ad icona della mostra ed un tempo attribuito, per la purezza delle linee e dei suoi volumi, a Piero della Francesca .

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(Paolo Uccello. “S. Giorgio e il Drago”

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( Lo Scheggia . “Ritratto di Donna”)

Passando alle sale successive abbandoniamo la fase aurorale del Rinascimento per addentrarci nel suo periodo più maturo. Dopo un dipinto di Zanobi Strozzi, allievo del Beato Angelico , la nostra attenzione cade sulla splendida “Madonna col Bambino” di Alesso Baldovinetti ; in questo quadro il primato del disegno di scuola fiorentina si palesa al meglio nella dolcezza delle espressioni così come nel registro coloristico tenue e sfumato. Degni di nota, nella stessa sala, alcune opere del Botticelli come “La Fuga in Egitto” e alcune madonne della sua scuola , di più incerta attribuzione.

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( Alesso Baldovinetti. “Madonna col Bambino”)

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(Sandro Botticelli. “La fuga in Egitto”)

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( Botticelli. “Madonna col Bambino”)

La quarta sala è dedicata alle scuole venete, padovane e ferraresi. Qui spicca, primo fra tutti , il capolavoro su tavola del Mantegna più maturo, “Ecce homo”, capace di offuscare, con i suoi tratti inquietanti e drammatici, l’equilibrio compositivo e coloristico dei veneziani.

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( Mantegna. “Ecce homo”)

Nella quinta sala troviamo invece un’altro capolavoro; il “Trionfo di Lucio Emilio Paolo” di Andrea del Verrocchio – maestro di Leonardo – seguito da ceramiche, arazzi e sculture la cui raffinata fattura ben testimonia il gusto eclettico e aperto di Nélie Jacquemart.

Come ogni mostra di limitate dimensioni anche questa ha il pregio di non affaticare troppo il visitatore lasciandolo libero di concentrarsi sulle singole opere con sensibilità ed attenzione, senza distrazioni dovute ad eccessivi accumuli espositivi. Il gusto colto e attento dei due collezionisti francesi guida il pubblico nell’atmosfera culturale a cavallo degli ultimi due secoli con le testimonianze di carteggi e altri documenti ( quali ,ad esempio, gli schemi per l’allestimento della casa-museo parigina ) utili per comprendere il culto del Rinascimento che in quegli anni – già ricchi di fioriture e avanguardie artistiche quali l’impressionismo, volto ad una completa innovazione nel campo delle arti figurative – andava diffondendosi in tutta europa.

Da segnalare con piacere è anche l’intensa attività di Villa Pardini in iniziative culturali parallele come i “Martedì Musicali” per i quali segnaliamo il seguente link : http://www.rinascimentofirenzeparigi.it/intorno .

Il prezzo del biglietto è di 8 Euro per l’intero e di 6 Euro per il ridotto.

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MASACCIO E LA “SCUOLA” DELLA CAPPELLA BRANCACCI : CULLA DEL RINASCIMENTO.

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Pare che a Firenze ogni capolavoro si sia conquistato, nei secoli,  il suo degno luogo di custodia; Il David ha la Galleria dell’Accademia , le tele del Botticelli la loro sala agli Uffizi, il Perseo di Cellini la Loggia dei Lanzi e così via, fino a perdere il conto dei  patrimoni universali disseminati con tanta generosità sulle due opposte rive dell’Arno. Il semplice turista o l’appassionato d’arte si perdono  in un vero e proprio museo a cielo aperto; ad ogni svolta, vicolo o incrocio, ci incantiamo  senza sosta dinanzi ad esempi inattesi di bellezza. Eppure “Florentia” – ci piace rivolgerci alla città col suo antico nome femminile – custodisce i suoi gioielli  migliori anche in luoghi meno conosciuti e anonimi, un po ‘ come  certe signore gelose fanno con i loro segreti più cari.  Piccole chiese, conventi e refettori, conservano all’ombra dei secoli i doni degli autori più celebrati della Storia dell’Arte. Tale sorte è toccata a quello che , secondo molti studiosi, è  il ciclo di affreschi più importante di tutto il Rinascimento. Il complesso di Santa Maria del Carmine viene fondato da un gruppo di frati giunti da Pisa nel 1268, appena tre anni dopo la nascita di Dante. I lavori di costruzione si protraggono fin dopo la data della sua consacrazione, avvenuta nel 1422. Le famiglie fiorentine più facoltose contribuiscono alla realizzazione della chiesa  e degli ambienti conventuali ( chiostro, refettorio, dormitorio, sala capitolare e infermeria ). Tra di esse sono appunto i Brancacci, ricchi mercanti della seta protagonisti della scena politica fiorentina del ‘400,   possessori della cappella omonima alla testata del transetto. Sulle orme del nonno Antonio, Felice Brancacci commissiona intorno al 1424  , probabilmente alla bottega di Masolino da Panicale, un ciclo di affreschi sulle storie di S. Pietro, protettore della famiglia. Benché non si possieda una documentazione precisa riguardo la decorazione della cappella il Vasari , nelle sue Vite , ricorda come Masolino e il suo allievo Masaccio si fossero già conquistati la fiducia del committente con un S. Paolo e un S.Pietro posti sull’altro lato del transetto,  andati perduti.

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L’importanza dell’opera viene sottolineata dallo stesso Vasari. Dopo Giotto, colui il quale aveva resuscitato la Pittura, Masaccio  fa parte di quella illustre generazione di artisti che con Brunelleschi, Donatello, Ghiberti e Paolo Uccello , animerà la primavera del Rinascimento. Innovazione rivoluzione sono le parole più giuste per comprendere l’opera della Cappella Brancacci. In quegli anni  la soluzione scientifica della prospettiva e il razionalismo brunelleschiano sono i fatti su cui si forma il giovane Masaccio. Il tema dell’opera è quello della “Historia salutis”, ovvero la storia della salvezza dell’uomo dal peccato originale fino all’intervento di Pietro come erede di Cristo e fondatore della Chiesa romana. Distribuite su due registri, uno superiore e l’altro inferiore, le storie di Masaccio e Masolino raffigurano le scene più importanti nella vita dell’apostolo, alle quali fanno  da cornice due  episodi della Genesi come il peccato originale e la cacciata dal Paradiso, rispettivamente eseguite da Masaccio e il suo maestro.

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Masaccio. Cacciata dal paradiso terrestre.

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Masolino, Tentazione d’Adamo.

Fin da queste pitture si avverte la sorprendente innovazione plastica conferita ai corpi dal giovane allievo rispetto al più composto manierismo tardo gotico del maestro . Illuminata in una luce tagliente che filtra da destra – in perfetta simmetria con quella naturale  della finestra della cappella – la disperazione costringe Adamo a coprirsi il volto in un gesto di impressionante realismo, mentre Eva lo segue sotto lo sguardo severo dell’angelo che espelle gli antichi progenitori dal paradiso terrestre. Come nota Vasari la pittura di Masaccio  rappresenta i soggetti con “tanta vivezza” e “tanto rilievo” , levando quella “goffezza del fare le figure in punta di piedi, usata universalmente da tutti i pittori insino a quel tempo”. Le figure  non fluttuano più in uno spazio indefinito o incerto; poggiano sul suolo i loro piedi, camminano in uno spazio certo e gettano ombra.

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Masaccio “Il pagamento del tributo”.

Nella scena della vita di Pietro dal titolo “Il pagamento del tributo presso Cafarnao” il mondo  appare finalmente nelle  sue strutture reali; i cieli non sono più idealizzati con astratti fondi d’oro o lapislazzuli ma hanno le loro nubi, il gruppo degli apostoli si stringe intorno a Cristo sul cui volto è fatto coincidere il punto di fuga della prospettiva. L’episodio si compone di tre tempi composti però in un unico spazio scenico. Seguendo i gesti che sembrano irradiarsi dalla figura di Cristo seguiamo Pietro intento a raccogliere la moneta d’argento in bocca al pesce ,sulle rive del lago ,per poi porgerla al gabelliere della città.  Il trattamento realistico del paesaggio in lontananza ,sui cui monti si notano  zone erbose lasciate ad uno sfumato prezioso e leggero, si fonde con la resa articolata delle architetture cittadine in cui notiamo raffinati giochi di contrasto tra vuoto e pieno.

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Masaccio “Resurrezione del figlio ti Teofilo e S. Pietro in cattedra”

Nella resurrezione del figlio di Teofilo e San Pietro in cattedra , posta al livello inferiore, le fisionomie dei presenti continuano a colpire lo spettatore con il loro espressionismo sublime. Proprio in questa sezione l’artista ( la cui importanza sociale, in quegli anni, cresceva di considerazione e riguardo ) decide di inserire, in un angolo della composizione, il proprio autoritratto assieme a quello del maestro Masolino e di Filippo Brunelleschi . 

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Filippino Lippi collabora alla realizzazione di alcune scene ma il disegno dell’architettura è competenza di  Masaccio; l’invenzione del muro con  specchiature in marmo su cui posano i vasi e oltre il quale si apre uno spazio in cui si intravedono alberi e piante, sarà  puntualmente ripresa da altri pittori fra i quali   Domenico Ghirlandaio, Alessio Baldovinetti , Domenico Veneziano e Andrea del Castagno .

Uno degli aspetti più interessanti dei capolavori di Masaccio  è appunto il ruolo che essi esercitarono  sulle sensibilità e le poetiche degli artisti che si succedettero a Firenze e in Italia fino al termine del Rinascimento. Le Vite del Vasari ci dicono molto a riguardo. La cappella, dopo la morte prematura del  pittore, viene letteralmente presa d’assalto come  vera e propria “scuola di disegno” dai più illustri artisti, Leonardo e Michelangelo compresi. La chiesa di Santa Maria del Carmine viene inserita nei luoghi di pellegrinaggio che ogni artista è chiamato a visitare per imparare la maniera e i segreti dell’arte. Nella vita del pittore Perin del Vaga ( 1501-1547) Vasari ci parla di quella che può considerarsi come una vera e propria riunione di pittori, scultori, architetti, orefici e intagliatori attorno alle opere di Masaccio, voluta da Del Vaga per discettare sul genio di questo grande maestro:

[…] e così ragionando insieme d’una cosa in altra, pervennero, guardando l’opere vecchie e moderne per le chiese, in quella del Carmine per veder la cappella di Masaccio. Dove guardando ognuno fisamente e moltiplicando in varii ragionamenti in lode di quel maestro, e che egli avesse avuto tanto di giudizio che egli in quel tempo, non vedendo altro che l’opere di Giotto, avesse lavorato con una maniera sí moderna nel disegno, nella invenzione e nel colorito, che egli avesse avuto forza di mostrare, nella facilità di quella maniera, la difficultà di questa arte. Oltra che nel rilievo e nella resoluzione e nella pratica non ci era stato nessuno di quegli che avevano operato, che ancora lo avesse raggiunto.”

Potendo contare, come modelli, sulle sole opere di Giotto, ancora inscritte in una concezione medievale dell’arte,  Masaccio irrompe nella pittura del ‘400 innovandola con le teorie del Brunelleschi e un realismo prima d’allora inconcepibile. Egli supera Giotto e incanta il giovane Michelangelo con il suo Battesimo dei neofiti, dove le figure degli ignudi sembrano vibrare i loro corpi al freddo circostante con pose e movenze del tutto inedite.

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Masaccio “Battesimo dei Neofiti” e particolare.

Senza la Cappella Brancacci i capolavori di geni come Michelangelo e Leonardo non avrebbero visto la luce. Siamo dinanzi a quel fenomeno, tipico del rinascimento, in cui l’arte genera arte , stimolando la propria crescita e il proprio perfezionamento attraverso l’imitazione e lo studio di un modello predefinito.

[…] tutti i più celebrati scultori e pittori che sono stati da lui in qua esercitandosi e studiando in questa cappella, sono divenuti eccellenti e chiari, ciò è fra’ Giovanni da Fiesole [Beato Angelico], fra’ Filippo, Filippino che la finí, Alessio Baldovinetti, Andrea da ‘l Castagno, Andrea del Verrocchio, Domenico del Grillandaio, Sandro di Botticello, Lionardo da Vinci, Pietro Perugino, Iacopo da Pontormo, Andrea del Sarto, Il Rosso […] et il divinissimo Michelagnolo Buonarroti.[…]et insomma tutti coloro che hanno cercato imparar quella arte, sono andati a imparar sempre a questa cappella et apprendere i precetti e le regole del far bene da le figure di Masaccio.” ( VASARI- Vita di Masaccio) 

Gli affreschi della Cappella Brancacci hanno subito diversi restauri. Prima del definitivo, avvenuto tra il 1983 e il 1990, i precedenti (1932-1940), di natura conservativa,  avevano solo in parte restituito alle pitture i colori originali. Fino ad allora Masaccio veniva ingiustamente considerato dalla critica come pittore dai colori “petrosi”. Soltanto dagli anni ’90 del novecento si è potuta apprezzare una cappella restituita ai brillanti colori originali e ai chiari e soffusi cromatismi di Masolino.