MOSTRE: “IL RINASCIMENTO DA FIRENZE A PARIGI. ANDATA E RITORNO” Villa Bardini. Firenze. 6 Settembre – 31 Dicembre 2013

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Se, per consuetudine, Piazzale Michelangelo è ritenuto, a Firenze, il punto migliore e più conosciuto dal quale godere  il panorama sulla città, la vista che si apre ai nostri occhi dalle terrazze e i giardini all’inglese di Villa Bardini ci regala sensazioni altrettanto grandiose ma in una quiete intima e riflessiva , di gran lunga più elegante e raffinata.

Dopo un caffè assaporato all’ombra del grazioso loggiato del Belvedere, ci addentriamo nelle sale della  Villa per gustare una mostra dalle dimensioni contenute , ben allestita ( eccezion fatta, forse,  per alcune illuminazioni poco ortodosse ).

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Tutte le opere provengono dalla collezione del Museo Jacquemart-André di Parigi, riunita, tra il 1864 e il 1912, dai coniugi e proprietari Edouard André e Nélie Jacquemart , opere acquistate proprio qui, a Firenze, dai depositi del celebre antiquario e collezionista Stefano Bardini ( 1836 – 1922 ) proprietario della Villa.

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( Stefano Bardini)

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( Nélie Jacquemart, autoritratto )

Tra i pezzi più importanti e degni di nota troviamo, nella prima sala, alcuni capolavori del primo Rinascimento Fiorentino fra i quali “San Giorgio e il Drago” di Paolo Uccello , una deliziosa placchetta bronzea e il busto di Ludovico Gonzaga del Donatello nonché il “Ritratto di donna” dello Scheggia , fratello del grande Masaccio , assunto ad icona della mostra ed un tempo attribuito, per la purezza delle linee e dei suoi volumi, a Piero della Francesca .

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(Paolo Uccello. “S. Giorgio e il Drago”

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( Lo Scheggia . “Ritratto di Donna”)

Passando alle sale successive abbandoniamo la fase aurorale del Rinascimento per addentrarci nel suo periodo più maturo. Dopo un dipinto di Zanobi Strozzi, allievo del Beato Angelico , la nostra attenzione cade sulla splendida “Madonna col Bambino” di Alesso Baldovinetti ; in questo quadro il primato del disegno di scuola fiorentina si palesa al meglio nella dolcezza delle espressioni così come nel registro coloristico tenue e sfumato. Degni di nota, nella stessa sala, alcune opere del Botticelli come “La Fuga in Egitto” e alcune madonne della sua scuola , di più incerta attribuzione.

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( Alesso Baldovinetti. “Madonna col Bambino”)

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(Sandro Botticelli. “La fuga in Egitto”)

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( Botticelli. “Madonna col Bambino”)

La quarta sala è dedicata alle scuole venete, padovane e ferraresi. Qui spicca, primo fra tutti , il capolavoro su tavola del Mantegna più maturo, “Ecce homo”, capace di offuscare, con i suoi tratti inquietanti e drammatici, l’equilibrio compositivo e coloristico dei veneziani.

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( Mantegna. “Ecce homo”)

Nella quinta sala troviamo invece un’altro capolavoro; il “Trionfo di Lucio Emilio Paolo” di Andrea del Verrocchio – maestro di Leonardo – seguito da ceramiche, arazzi e sculture la cui raffinata fattura ben testimonia il gusto eclettico e aperto di Nélie Jacquemart.

Come ogni mostra di limitate dimensioni anche questa ha il pregio di non affaticare troppo il visitatore lasciandolo libero di concentrarsi sulle singole opere con sensibilità ed attenzione, senza distrazioni dovute ad eccessivi accumuli espositivi. Il gusto colto e attento dei due collezionisti francesi guida il pubblico nell’atmosfera culturale a cavallo degli ultimi due secoli con le testimonianze di carteggi e altri documenti ( quali ,ad esempio, gli schemi per l’allestimento della casa-museo parigina ) utili per comprendere il culto del Rinascimento che in quegli anni – già ricchi di fioriture e avanguardie artistiche quali l’impressionismo, volto ad una completa innovazione nel campo delle arti figurative – andava diffondendosi in tutta europa.

Da segnalare con piacere è anche l’intensa attività di Villa Pardini in iniziative culturali parallele come i “Martedì Musicali” per i quali segnaliamo il seguente link : http://www.rinascimentofirenzeparigi.it/intorno .

Il prezzo del biglietto è di 8 Euro per l’intero e di 6 Euro per il ridotto.

ARTE: IL COMPLESSO DI S.LORENZO A FIRENZE E IL NEOPLATONISMO DI MICHELANGELO NELLE CAPPELLE MEDICEE

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Nel centro di Firenze, a pochi passi dal Duomo, il Battistero e il campanile di Giotto, veri e propri motori propulsivi del Rinascimento, sorge il caratteristico quartiere di S. Lorenzo sul quale svetta, imponente,  la facciata  di grezzo laterizio dell’omonima  Basilica, una delle più antiche chiese di Firenze. Ci troviamo fra le vie che dettero i natali ai Medici più illustri: Cosimo, Lorenzo, Giuliano e molti altri. La statua del loro antenato, Giovanni dalla Bande Nere, opera dello scultore  Baccio Bandinelli, se ne sta ancora là, fra il vociare chiassoso del mercato e delle botteghe cittadine, quasi a rammentare, ancora oggi, la gloria medicea che fu.

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Il complesso della Basilica, con le  Tombe Dei Principi,le Cappelle Medicee,  la Biblioteca Laurenziana e il magnifico chiostro interno racchiude ,in poco più di un isolato, una quantità sconcertante di tesori artistici di cui si fa fatica a tenere il conto:  capolavori di Donatello, Bronzino, Filippo Lippi, Michelangelo e Brunelleschi, si alternano senza sosta in un coro serrato di sorprese e meraviglie, ben custodito dall’ineguagliabile e “non finita” estetica architettonica.  Un po’ come  Santa Maria del Carmine ( di cui abbiamo parlato in un altro articolo) questa chiesa sembra riservarci sorprese inaspettate non appena ne varchiamo la soglia.

Fra le più antiche della città ( la sua esistenza è documentata fino al 393 d.C. ), i suoi lavori di ampliamento e modifica si snodano attraverso un lunghissimo e travagliato periodo. Confrontando i documenti più antichi, le testimonianze illustri e la storia della città, l’intero complesso sembra  testimoniare al meglio la potenza medicea; Papi e principi riversarono su questo progetto le loro ambizioni di gloria, arricchendo la Basilica e i suoi annessi con le firme più grandi del Rinascimento.

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I lavori di ampliamento furono deliberati già verso l’inizio del secolo XV, ma non iniziarono in modo definitivo fino al 1418, anno in cui il priore ,Matteo Dolfini ,ottenne il permesso dalla Signoria di demolire alcune case circostanti per l’allargamento del transetto. Fra i finanziatori  Giovanni di Bicci de’ Medici,  abitante del quartiere, il quale si arrogò il diritto di scelta dell’architetto, già al lavoro nella vecchia sagrestia: il fiorentino Brunelleschi. Proprio a lui la chiesa deve  un’ innovazione di struttura mirabile e peculiare. Pur rifacendosi al concetto classico delle altre chiese di tradizione medievale della città ( Santa Croce, Santa Maria Novella o Santa Trinita ) , la fondamentale rivoluzione sta nella distribuzione interna degli spazi.

Applicando lo stesso modulo adottato per il progetto dello Spedale degli Innocenti, il Brunelleschi crea una scansione prospettica di grande eleganza e sobrietà; il senso della concezione razionale dello spazio si mostra al meglio nell’eccezionale luminosità delle navate  come nella ripetizione ritmica delle membrature architettoniche.

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La facciata, restata incompiuta fino all’ascesa di Papa Leone X Medici, fu commissionata , dallo stesso pontefice, a Michelangelo, dopo un concorso al quale parteciparono anche Raffaello e l’architetto Giuliano da S. Gallo. Nel 1518 Il Buonarroti esegue un modello ligneo di disegno classico, ben proporzionato, ma l’opera non fu mai realizzata per problemi economici e tecnici come l’approvvigionamento del materiale.

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(Michelangelo, modello ligneo per la facciata della basilica di S.Lorenzo)

Al suo interno, fra i pezzi forti, troviamo i due pulpiti bronzei di Donatello, descritti dal Vasari come “I pergami di bronzo” in cui viene raffigurata la Passione di Cristo. Eseguiti tra il ritorno di Donatello da Siena ( 1461) e la sua morte ( 1466) furono finiti dagli allievi Bertoldo e Bellano. Considerati fra le opere più significative di tutto il rinascimento si uniscono ai lavori di stucco e decorazione bronzea già compiuti da Donatello nella Sagrestia Vecchia, per i quali sono noti i violenti contrasti con il Brunelleschi. Nella navata sinistra il grande affresco in stile manierista del Bronzino raffigura il martirio di S. Lorenzo, mentre nella cappella del transetto sinistro ammiriamo l’Annunciazione Martelli di Filippo Lippi, finanziata dall’omonima famiglia.

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( Donatello, Pulpito bronzeo, Basilica di S. Lorenzo )

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(Bronzino, Martirio di S. Lorenzo )

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( Filippo Lippi, Annunciazione Martelli )

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LA SACRESTIA NUOVA : LE CAPPELLE MEDICEE DI MICHELANGELO.

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Originariamente la “sacrestia nuova” avrebbe dovuto ospitare le tombe dei due “Magnifici”, Lorenzo il Magnifico ( morto nel 1492 ) e Giuliano, ucciso nella congiura dei Pazzi nel 1478. Tuttavia, alla morte di Lorenzo de’Medici il Giovane ( 1519), di poco preceduta da quella di Giuliano, duca di Nemours ( morto nel 1516 ), papa Leone X , rispettivamente fratello e zio dei due, profondamente amareggiato per la perdita dei familiari, sulle cui carriere politiche tanto aveva investito, decise di ricavare un nuovo spazio nella basilica di S. Lorenzo in cui sistemare degnamente le spoglie dei due “duchi”. Per la realizzazione fu scelto Michelangelo, reduce dalla mancata realizzazione della facciata della basilica.Come quello dedicato al pontefice Giulio II, anche questo secondo grande progetto d’arte funeraria era destinato a non realizzarsi completamente. Tuttavia, rispetto al mastodontico complesso teorizzato per il Papa, quest’ultimo , lasciato incompiuto nel 1534 ,quando il Buonarroti abbandonò per sempre Firenze, può dirsi non distorto nelle sue ultime intenzioni. In un primo tempo Michelangelo aveva progettato di unire queste quattro tombe in una struttura libera, concepita come un massiccio blocco di muratura , sfruttando il modello del cosiddetto arco di Giano ( o “arcus quadrifons” )

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( Michelangelo, disegni per il primo progetto delle Tombe Medicee )

Secondo questo progetto i quattro sarcofaghi sarebbero stati posti alla sommità delle quattro arcate, mentre la tomba del cardinale Giulio Medici ( poi eletto papa Clemente VII ) avrebbe trovato collocazione sotto la crociera. Ad un simile progetto si rinunciò in favore di due tombe parietali doppie, una per i “Duchi”, l’altra per i “Magnifici”. La soluzione definitiva si trovò dedicando le pareti laterali ai soli Duchi e quella frontale ai Magnifici , mentre sulla parete dirimpetto all’altare una madonna avrebbe “dialogato” con le statue dei santi protettori della famiglia Medici, Cosma e Damiano.

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( Michelangelo, progetti per la “Sepoltura di testa”)

Il programma definitivo avrebbe compreso: La  doppia tomba dei Magnifici di fronte all’altare, chiamata dallo stesso Michelangelo “sepoltura di testa”

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Sopra i sarcofaghi, senza immagine, la “Madonna Medici” fiancheggiata dalle statue dei santi Cosma e Damiano ( oggi in San Lorenzo); al di sopra di esse due piccole statue, di cui una è stata più volte identificata col David del Bargello.

Oltre alla figure  sedute dei duchi  e delle Quattro Ore del Giorno che vediamo oggi, il complesso avrebbe mostrato due Dèi fluviali sdraiati sul basamento di ogni tomba;

Statue della Terra in Lutto e del Cielo Sorridente nelle nicchie fiancheggianti la statua di Giuliano, la figura della Terra sopra la Notte e la figura del cielo sopra il Giorno. Il soggetto delle statue corrispondenti per la tomba di Lorenzo è ancora oggi materia di accesa discussione; probabilmente avrebbero raffigurato la Verità e la Giustizia seguendo ciò che recita il salmo 85.12 : “Dalla Terra uscirà la verità, dai cieli la salvezza [giustizia] si affaccerà”.

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IL NEOPLATONISMO DI MICHELANGELO.

Ciascuna della tombe ducali rappresenta in se un’apoteosi secondo la filosofia elaborata da Marsilio Ficino e il suo circolo, frequentato e seguito dallo stesso Buonarroti.  I neoplatonici fiorentini chiamavano regno della materia il mondo sotterraneo paragonando l’esistenza dell’anima umana, imprigionata dal corpo, ad un’esistenza “apud inferos”, una sorta di vera e propria  prigione. Non sembra dunque azzardato identificare gli Dèi fluviali, posti sul fondo stesso dei monumenti, con i quattro fiumi dell’Ade: Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito. Nel dialogo platonico del Fedone, così come nell’Inferno dantesco, tali fiumi svolgevano un compito importante: significavano le quattro fasi della punizione espiatoria che attende l’anima dopo la morte. In altri filosofi come Landino e Pico della Mirandola rappresentano il quadruplice aspetto della materia che riduce in schiavitù l’anima umana nel momento dell’incarnazione. Non appena essa abbandona la sua dimora superceleste ed attraversa il Lete, capace di farle dimenticare la felicità della sua esistenza precedente, si trova “ priva di gioia” nell’Acheronte ( nome derivato dal verbo greco “Kaìrein” , gioire ); è colta dalla pena ( Stige); cade in preda ad “ardenti passioni come il matto furore o la furia” (Flegetonte, dal greco flòx, fiamma ) ; e resta invischiata nella palude di un eterno lacrimoso dolore ( Cocito, dal greco kòkuma, lamento) . Dunque i quattro fiumi dell’Ade rappresentano tutti quei mali che scaturiscono da un unica fonte, la materia, capace di distruggere la felicità dell’anima.Come ricorda lo stesso Ficino “il profondo gorgo dei sensi è sempre turbato dai flutti dell’Acheronte, dello Stige, di Cocito e del Flegetonte” .

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Se gli Dèi fluviali di Michelangelo rappresentano il mondo sotteraneo, ovvero la dimensione della pura materia, le Ore del Giorno ,poste nella zona immediatamente superiore dei monumenti ducali, stanno ad indicare il mondo terrestre, cioè il Regno della Natura, costituito da materia e forma. Tale regno, che racchiude la vita terrena dell’uomo, è l’unica dimensione soggetta al tempo. Che le figure dell’Alba, del Giorno , del Crepuscolo e della Notte stiano ad indicare la potenza distruttiva del tempo dicono le stesse parole di Michelangelo, annotate in margine ad un disegno preparatorio per le tombe medicee: “ El Dì e la Notte parlano, e dicono: – Noi abbiàno  col nostro veloce corso condotto alla morte el duca Giuliano[…] ( c.f.r Michelangelo Rime. 14 . ed. Bur) .

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Rispetto alle convenzionali personificazioni del tempo, come le quattro stagioni( incluse nel progetto originario) queste quattro figure, senza precedenti nell’iconografia anteriore, trasmettono allo spettatore un’impressione di pena davvero intensa ed ineluttabile.

Per un pensatore rinascimentale era del tutto ovvio che le quattro forme della materia, simboleggiate dai quattro fiumi dell’Ade, significassero anche i quattro elementi: Acheronte/aria, Flegetone/fuoco, Stige/Terra, Cocito/acqua. D’altra parte questi quattro elementi erano co-essenziali e simmetrici con i quattro umori che costituiscono il corpo umano , determinanti l’umana psicologia, così come con le quattro stagioni e le quattro Ore del Giorno: l’aria corrispondeva al temperamento sanguigno ( primavera e mattino ); il fuoco al temperamento collerico, estate e mezzogiorno; la terra al temperamento malinconico ( autunno e tramonto). Secondo il preciso e simmetrico schema cosmologico neoplatonico, le Ore del Giorno di Michelangelo comprendono l’intera vita della natura, fondata sui quattro elementi.

Dal regno inerte della materia e dal torturato regno della natura, soggiogato dal tempo,  emergono  le statue di Giuliano e Lorenzo. Tali immagini, di carattere tanto impersonale da stupire i contemporanei di Michelangelo, annunciano la transizione da una forma inferiore di esistenza ( l’anima rinchiusa nella prigione del corpo) ad una superiore. Non possono dirsi né ritratti , né personificazioni di ideali astratti. E’ stato giustamente detto da C. de Tolnay che esse ritraggono le anime degli estinti piuttosto che le loro personalità terrene.

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Per quanto trasfigurate le immagini di Giuliano e Lorenzo ci offrono un contrasto preciso, espresso non solo dalle loro espressioni e pose ma anche attraverso alcuni attributi che li caratterizzano. Tale contrasto non può esprimersi  più adeguatamente che nei termini dell’antica antitesi tra “vita attiva” e “vita contemplativa”.Come sappiamo,secondo varie scuole filosofiche ( stoicismo, neoplatonismo )  soltanto conducendo una vita veramente attiva ed una vita veramente contemplativa , governate dalla iustitia o dalla religio , gli uomini riescono a sfuggire al circolo vizioso della pura esistenza naturale, attingendo alla beatitudine temporale e all’immortalità eterna.Michelangelo ritrae questi due ideali secondo il canone neoplatonico del “vir contemplativus”( uomo contemplativo)  e del vir activus ( uomo attivo); il primo votato all’influenza di Saturno, il secondo a quella di Giove. 

I caratteri dei “saturnini” e dei “gioviani” hanno una strettissima somiglianza con quanto gli psicologi moderni chiamano “tipo introverso” e “tipo estroverso”. Nella Cappella Medicea tale antitesi è  indicata dal contrasto che notiamo tra la composizione “aperta” della statua di Giuliano, e la composizione “chiusa” dei Lorenzo.

Il viso del “penseroso” e saturnino Lorenzo è attraversato da un’ombra pesante; l’indice della mano copre la bocca col gesto del silenzio; Il gomito poggia su un forziere chiuso, tipico della parsimonia caratteristica dei nati sotto il segno di questo pianeta.

All’opposto Giuliano si mostra in una posa di fierezza principesca; vestito in abiti marziali stringe  lo scettro del potere mentre con la sinistra offre due monete. Entrambi i motivi pongono in contrasto colui che “spende” se stesso nell’azione con colui che si “chiude” nell’assorta contemplazione di se stesso.

Vediamo bene come nell’opera di Michelangelo il neoplatonismo di Ficino esprima al meglio alcuni dei suoi concetti primari. Mantenendo una posizione intermedia tra concezione scolastica ( Dio è posto fuori dall’universo finito ) e le teorie panteistiche successive ( L’universo è infinito e Dio si identifica con esso )il sistema neoplatonico si avvicina molto, se non quasi completamente, alla concezione del greco Plotino per la quale Dio è definito come “‘Ev”- l’Unico Ineffabile. Malgrado tutte le sue corruttibilità – dovute alla necessità della materia – il Regno della Natura partecipa dell’eterna vita e bellezza di Dio, conferitagli dall’influenza divina che, come una corrente ininterrotta di energia soprannaturale , fluisce dall’alto in basso per poi ritornare dal basso verso l’alto.Sembra davvero che ,in questo capolavoro, la bellezza , considerata dai neoplatonici “splendore della divina bontà”, riesca ad illuminare ogni sfera del pensiero e della percezione estetica umana, regalando allo spettatore una chiave interpretativa dell’Universo e dell’esistenza. Immagine

DOXA:L’ANGOLO DELL’OPINIONISTA. LE FABBRICHE DEL DIVERTIMENTO DEI SABATI SERA ITALIANI.

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Ad Aspasia piace mettermi alla prova su tematiche verso cui nutro qualche preconcetto o irrefrenabile idiosincrasia. L’Opinionista è, da sempre, la carne da cannone delle redazioni giornalistiche, un po’ quello che  lava i panni sporchi, il netturbino delle coscienze alienate. Ebbene; questa settimana parleremo di una realtà cara alla stagione che stiamo vivendo: il divertimento del sabato sera.  Dato che trascorro i mesi estivi prevalentemente in Toscana non posso che riferirmi a ciò che offre la sua costa. Firenze, si sa , cede alla calura insopportabile con l’inizio della stagione balneare . Così cresce il desiderio di qualche spiaggia ,  scordiamo momentaneamente  le bellezze artistiche    e facciamo rotta verso la costa degli Etruschi e la Versilia. Parto da Firenze verso le otto e mezzo di sera, in macchina.  Il sole è ancora alto quando mi lascio alle spalle la cupola del Brunelleschi. L’aria condizionata è al massimo e succhia avidamente dal serbatoio i venti euro di benzina appena pompati alla stazione di servizio. Basteranno per andare e tornare , sempre che non si esageri con la velocità di punta e i sorpassi ,  più rari e controllati visto le continue imboscate degli autovelox disseminati fino al mare. Anche in radio si stanno preparando per la serata; la musica è sempre la solita, un commerciale  esausto interrotto da decine di spot pubblicitari.

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Non torno in Versilia da 3 anni. Il posto non mi è mai piaciuto. Dell’aria che si respirava negli anni ’60 e ‘70   non v’è più traccia da un pezzo. Adesso  La Capannina è diventata luogo di ritrovo per  giovani teenager borghesi: vengono tutti, o quasi,  da Milano, accompagnati  da famiglie più o meno facoltose.  Iniziano a bere verso le otto e mezzo aperitivi zuccherosi come caramelle, fumano qualche canna comprata dai soliti immigrati irregolari tunisini e poi si abbandonano fino all’alba alle mammelle della notte Toscana. Qualche settimana fa, proprio davanti alla Capannina, due gruppi si sono affrontati prima  a male parole , poi lanciandosi bicchieri e qualche bicicletta. Appartenevano tutti  a famiglie della Milano bene.

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Quello che mi colpisce dei sabati sera in Versilia è il loro carattere spiccatamente “nazionalpopolare”. Escluso il Forte ,con le sue sfilate di fuori serie e auto di lusso dei  neo milionari russi, le realtà che si succedano da Pietrasanta fino alla marina di Torre del Lago sono targate Zara e H&M. E’ il trionfo dello stereotipo democratico, del saldo di bassa stagione, dello sfoggio livellato e senza pretese. Tutti sono qui per  spendere poco, mangiare di merda e bere come dei lavandini. L’essenziale è fingere di divertirsi sempre un po’ al di sopra delle proprie possibilità. Alle undici e mezzo, sul viale Europa di Torre del Lago, l’odore di fritto si mescola  ai profumi più cheap delle innumerevoli  veline in erba  sfoggianti carnagioni ben cotte dal sole e sorrisi inebetiti dai primi drinks consumati troppo in fretta. Davanti alla distesa dei locali, alle auto in coda e  le insegne luminose mi tornano alla mente anni lontani. Un tempo, dove ora sorge il kitsch delle palme in plastica coronate da led luminosi, resisteva all’irreggimentazione neo-liberista il baluardo anarchico di una  sottocultura omosessuale oggi superata e rimpiazzata dai diktat  della lobby gay transnazionale. Prima degli anni 2000 solo i froci e le lesbiche  si filavano Torre del Lago. Di etero curiosi, giunti lì per caso, non se ne vedeva l’ombra. Nostalgia del vecchio e sano “ghetto”? Forse. Sicuramente ci si divertiva  di più , si conosceva più persone durante una singola serata e la musica non faceva  vomitare come adesso. Tutto aveva un che di improvvisato e arrangiato capace di metterti a tuo agio. Oggi, al contrario, si paga ovunque la forma senza il contenuto. Ai vecchi barretti  abusivi, un tempo sorti alla buona, la morale del divertimento industriale ha preferito l’apparenza pretenziosa di cocktail bar dove il solo drink bevibile – sempre si sia disposti ad attendere in fila le lentezze di un barman completamente incapace – è il gin tonic a 8 euro servito nel bicchiere di plastica: tanto ghiaccio e poco Bosford gin ( pessimo come sempre ). Persino l’animazione delle Drag Queen ha perduto le caratteristiche peculiari tipiche del suo genere; se una volta bastava il gioco di parole, il calembour , l’ammicco o la battuta brillante per trascinare  la folla danzante,  adesso il banale turpiloquio  inquina con le sue bassezze gratuite piste affollate da giovani e meno giovani il cui fine principale è quello di farsi  vagamente ammirare, giorni dopo,  negli  autoscatti narcisistici di un Iphone o in pose grottesche : disposti a tutto pur di farsi notare.  L’atmosfera che si respira non è così diversa dall’ultimo film di Sorrentino, “La Grande Bellezza”.  Un’aria triste, ostentata, priva di naturalezza e genuino svago.Immagine

No, non voglio passare da bacchettone annoiato,ne da snob eternamente scontento di ritrovarsi a contatto con la realtà del popolo e i suoi istinti più intestini;  dico soltanto che la Versilia e Torre del Lago hanno subito, in questi ultimi anni,  la stessa sorte riservata alle altre fabbriche del divertimento massivo italiota. Omologare, vendere, consumare e, se possibile, moralizzare  secondo i dettami più ipocriti dell’ethos piccolo borghese.

Su Il Tirreno di Viareggio di  una settimana fa ( quotidiano locale) leggo la notizia di un’iniziativa che non riesce a nascondere il paraculismo più sfacciato ; con il progetto “Guido con prudenza” parte l’iniziativa sulla sicurezza a cui aderiscono vari locali della costa. A tutti coloro che supereranno la prova dell’etilometro con un tasso di alcol pari a zero sarà regalato un biglietto per entrare gratis in una discoteca.

Verso le due e mezza, sui “bar mat”  si versa nei bicchieri anche l’impossibile. Le andature del popolo della notte si fanno più barcollanti; inizio a pensare che di fortunati vincitori e di ingressi omaggio se ne vedranno ben pochi. A dire la verità più mi trattengo fra la folla più mi tornano in mente alcune scene del capolavoro di Terry Gilliam “Paura e delirio a Las Vegas”, in particolare quelle del grottesco circo Bazooko.

Lo confesso: pur di sottrarmi definitivamente a questa fiera scintillante e patetica di frocetti sculettanti e sedicenti etero “curiosi” alla ricerca di qualche velata trasgressione ( il buio della vicina pineta, si sa, offre da anni l’anonimato per qualsiasi “nuova esperienza”) farei di tutto, anche ingoiarmi un acido con la stessa naturalezza con cui si stappa una lattina di birra. Purtroppo i tempi della psichedelia sono finiti e mi accontento con la fiaschetta del bourbon che ho, molto diligentemente, portato da casa. Alla fine realizzo con atroce amarezza che anch’io non sono poi così diverso dalle persone che mi circondano ed il fantasma severo di  Rimbaud mi sussurra alle orecchie le sue parole più dure: “La mia più grande paura è che la gente veda me come io vedo loro”. Ecco fatto: sono dentro un discreto bad trip ed il colmo è che ho solo bevuto, male e poco. Inizio a farmi strada tra i coaguli della folla non potendo evitare spinte e pestoni tirati a casaccio. Le urla e risate schiamazzanti di una biondina con l’acqua minerale nel cervello attirano la mia attenzione. La guardo:senza trucco avrà sì e no 17 anni ;  se ne sta a ballare contornata dai suoi amichetti gay, quasi tutti suoi coetanei,  che la toccano e la palpano con gesti che non resusciterebbero l’erotismo  di una mummia egizia. Nei suoi occhi l’alcol ha piantato il suo vessillo e per un attimo riesco a sfiorare un sentimento di pietà. La maggioranza dei giovani di oggi sono divenuti completamente   refrattari al  reale divertimento; il sabato sera è  una pedana su cui innalzare la  visibilità virtuale concessa loro dai social network o da altre cazzate simili, sostituti privilegiati della vita vera.  Non vivono nel presente ma nell’immediato futuro del post che pubblicheranno, di lì a poco, sul loro profilo social. La virtualità cibernetica ha sostituito la vita reale vissuta nel presente, attimo dopo attimo.

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(sequenza del film di Terry Gilliam “Paura e delirio a Las Vegas” 1998 ) Alcuni dei miei pochissimi lettori e lettrici mi rimprovereranno, forse, di sbraitare troppo riguardo a questo argomento. Forse la mia è una battaglia persa, come quella  del cavaliere della Mancia  con i suoi mulini a vento, eppure uno dei nodi della crisi umana che  sta investendo tutti è proprio la sostituzione diabolica di “realtà” con “realtà artefatta”. Nonostante questo, le fabbriche del divertimento continueranno a pompare alcol e musica usa e getta per tutta la stagione e in Versilia, come su tutta la costa toscana, migliaia di giovani consumeranno l’estate senza accorgersene, fra una bevuta e l’altra, sorridenti come branchi di manichini tutti uguali, ubriachi e, in fondo, sempre più tristi.

Nuovo impianto biodiesel a Livorno: brucierà anche olio di palma

Alla presenza entusiastica delle più importanti autorità locali, il 9 luglio è stata inaugurata a Livorno la nuova centrale a biodiesel del gruppo indonesiano Musim Mas, tra i maggiori produttori al mondo di olio di palma. Il progetto prevede in una  prima fase la realizzazione di un impianto per la produzione di biocarburante da olio di palma, successivamente verrà realizzato un impianto di raffinazione dell’olio stesso, materia prima per svariati usi industriali. L’impianto si trova nelle vicinanze del porto di Livorno, ha un ampio accesso al mare ed è in grado di accogliere grandi navi cargo transoceaniche.

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Sul sito ufficiale della Musim Mas si legge che il gruppo si impegna a lavorare in modo socialmente responsabile e nel rispetto dell’ambiente; si afferma anche che il ciclo produttivo non comporta deforestazione e che l’azienda ha ottenuto la completa certificazione RSPO (Roundtable for Sustainable Palm Oil) per tutte le proprie piantagioni in Indonesia da settembre 2012.
Peccato che la RSPO sia una tavola rotonda creata più per facciata che per altro; si tratta infatti di un organo che dovrebbe garantire un mercato sostenibile dell’olio di palma ma è bene sapere che è stata fondata ,e viene controllata, da corporazioni quali Wilmar e Cargill. Tra gli altri vanta tra i propri membri Unilever, Ferrero e P&G. Quella dell’olio di palma biologico ,insomma, è una truffa bella e buona, in quanto a rilasciare la certificazione è un organo gestito dalle stesse multinazionali che producono e utilizzano l’olio di palma per i propri prodotti alimentari e non. Non vi è alcuna garanzia che la Musim Mas sia estranea alle ben note pratiche di molti produttori d’olio di palma, capaci di non farsi scrupoli a tagliare alberi per strappare terra alle foreste ed a incendiare il terreno per renderlo più fertile.

Ma non è tutto, in Italia, precisamente ad Acerra (NA), vi è un precedente certamente non di buon auspicio. Infatti, secondo delle analisi effettuate nel 2011 e nel 2012, negli oli combustibili utilizzati nell’impianto a biodiesel di Acerra vi sarebbero tracce di PCB, policlorobifenili, inquinanti di prima classe, sostanze tossiche e cancerogene. Nelle analisi condotte nel 2011 si legge: “Dalle analisi condotte il campione risulta costituito da olio di palma grezzo ma sono stati rinvenuti PCB che non essendo assolutamente componenti di un olio, sia pure grezzo, denotano l’aggiunta di olii di sintesi esausti o di olio di palma ottenuto da suoli contaminati o venuto a contatto con recipienti contaminati”.

E’ davvero incredibile leggere le dichiarazioni entusiastiche delle principali autorità locali che per poche decine di posti di lavoro rischiano di mettere in pericolo la salute di un’intera comunità, inconsapevoli o meno dei danni che questo tipo di impianti, dati i precedenti, potrà arrecare all’ambiente e alla salute pubblica. Eccone solo alcune, tratte dal “Tirreno”. Alessandro Cosimi, Sindaco di Livorno dichiara : “Siamo molto soddisfatti di aver contribuito in collaborazione con le altre istituzioni di riferimento alla positiva conclusione di acquisizione della Novaol da parte della Masol, società controllata del gruppo indonesiano Musim Mas. Si tratta, infatti, di un’importante opportunità socio-economica per il territorio, in particolare in termini della salvaguardia dell’attuale forza lavoro e di implementazione della stessa nel prossimo futuro con riferimento soprattutto all’indotto. Giorgio Kutufà, presidente della Provincia di Livorno: “In un momento come questo è particolarmente positivo registrare un investimento straniero nel nostro Paese. Lo è ancor di più considerando che lo fa un gruppo in rapida espansione, che si candida a diventare, anche in Europa, nel settore dell’industria dell’olio di palma, un leader di mercato. Scegliere Livorno come base produttiva e logistica è, per noi, motivo di grande soddisfazione”. Gianfranco Simoncini, sssessore alle attività produttive della Regione Toscana: “L’inaugurazione di oggi rappresenta una buona notizia per i lavoratori, per Livorno e per la Toscana, che ha saputo fare squadra e vincere, in un momento di crisi come l’attuale, la difficile sfida di saper accogliere investimenti stranieri da parte di chi intende puntare sulla nostra Regione per sviluppare un’attività innovativa nel campo dell’energia ecocompatibile. È un investitore importante, che proviene da uno dei paesi più dinamici nel mondo e opera in un settore sul quale la Toscana punta molto, anche con la creazione di un distretto delle energie rinnovabili”.

Per il reportage riguardante l’impianto di Acerra vi rimandiamo a questo link: http://www.fanpage.it/sostanze-tossiche-nell-impianto-ad-energia-verde-ecco-cosa-brucia-ad-acerra-reportage/
Per maggiori informazioni riguardo all’ olio di palma e per partecipare alla campagna STOP OdP:

http://earthriot.altervista.org/oliodipalma.html