Dissesto idrogeologico: un’emergenza senza fine.

Il dramma sardo è solo l’ultimo di una lunghissima serie di emergenze che hanno colpito il nostro paese negli ultimi anni. Sono i mesi autunnali quelli in cui si concentrano frane, alluvioni, fenomeni atmosferici estremi, ma soprattutto morti, troppi morti. Di seguito proponiamo una breve cronologia degli eventi più gravi dal 2010 ad oggi. 

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9 Settembre 2010  Costiera amalfitana.  Esondazione del torrente Dragone. 1 morto.

5 ottobre 2010 Prato. Violento nubifragio scarica 100 mm di pioggia in meno di 2 ore. Tre donne di nazionalità cinese muoiono annegate in un sottopasso. 

1-2 novembre 2010 Veneto. Esondazione del fiume Bacchiglione e di altri corsi d’acqua causata dalle piogge torrenziali nell’area prealpina e pedemontana veneta unite a una rapida escursione termica con conseguente scioglimento del manto nevoso presente in montagna. 3 persone decedute, oltre un miliardo di euro di danni. 

3 marzo 2011 Marche, teramano e Romagna. La zona più colpita è quella di Sant’Elpidio a Mare (Fermo) dove straripa l’Ete: muoiono 2 persone, padre e figlia, travolte con la loro auto dall’acqua. A Venarotta (Ascoli Piceno) un’anziana donna muore cadendo in un fosso in piena. Altre due persone muoiono a Cervia e Teramo affogando nelle loro auto bloccate in sottopassi.

1-2 marzo 2011 Puglia e Basilicata. Piogge e esondazioni dei fiumi Bradano, Agri e Galaso. Nessun morto ma danni per 80 milioni, centinaia di ettari di terreni agricoli allagati, popolazioni evacuate con centinaia di abitazioni dichiarate inagibili.

25 Ottobre 2011 Cinque terre, Val di Vara e Lunigiana.  Esondazione dei fiumi Vara e Magra. I paesi di Vernazza e Monterosso vengono travolti da un’enorme quantità di fango e detriti. 12 morti e danni complessivi stimati in un miliardo e mezzo di euro. 

4 novembre 2011 Genova. 500 mm di pioggia in appena cinque ore provocano l’esondazione/ piena dei fiumi Bisagno, Fereggiano, Sturla e Scrivia. Forti mareggiate sulla costa. 6 morti. 

22 novembre 2011 Provincia di Messina. Intense precipitazioni e violente mareggiate colpiscono i comuni di Barcellona Pozzo di Gotto, Saponara e Merì. 3 morti. 

11 novembre 2012 Massa e Carrara. Esondazione di torrenti, numerose frane, 5000 abitazioni colpite e 300 sfollati. Acqua non potabile in alcuni quartieri e black out elettrici. Un morto per infarto causato dall’onda di acqua che stava invadendo la cantina. 

12 novembre 2012 Maremma. Esondazione dei torrenti e del fiume Albegna. I centri abitati di Albinia e Marsiliana allagati. Piena record dell’Ombrone. Tre morti a Marsiliana per il crollo di un ponte. In totale 6 vittime.

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Ciò che sta accadendo in Sardegna è cronaca di questi giorni. Eventi di questa portata considerati fino a pochi anni fa eccezionali sono oramai la regola. Stiamo assistendo ad una inesorabile estremizzazione dei fenomeni atmosferici. La comunità scientifica è pressochè unanime nel sostenere che tale escalation sia da imputare ai cambiamenti climatici che coinvolgono l’intero pianeta (ne sono conferma il recente uragano che ha sconvolto le Filippine e i quasi 80 tornado che hanno devastato il Midwest degli Stati Uniti). Se fino a pochi decenni fa l’area mediterranea era considerata un angolo di paradiso dal punto di vista climatico oggi non è più così. Sempre più spesso assistiamo a fenomeni del tutto paragonabili a quelli che si abbattono sui paesi tropicali. Con conseguenze aggravate, in Italia, da una gestione scellerata del territorio unita ad una terra geologicamente attiva e morfologicamente complessa. Un mix micidiale dal quale è difficile difendersi, se non con una radicata e attenta prevenzione su tutto il territorio nazionale. Lo si ripete ad ogni emergenza: bisogna fermare la cementificazione. Parole che però rimangono ogni volta perse nel vuoto. I dati sono impressionanti: nel 1956 era urbanizzato il 2,8 per cento del territorio nazionale, oggi è il 7: più di due volte tanto. Consumare il suolo a questa velocità significa aumentare l’esposizione delle persone alle conseguenze dei fenomeni naturali. Anche perché il cemento non ha seguito affatto il passo della popolazione: nel 1961 l’Italia aveva 50 milioni di abitanti, nel 2011 sono diventati 57. Il 12 per cento in più. Nello stesso periodo però le case sono passate da 14 a 27 milioni. Con un aumento del 50 per cento. 

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Nel 2012 FAI e WWF hanno firmato un dossier sul consumo di suolo: “Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare”. Anche qui numeri sconvolgenti.

-Il suolo viene consumato ad un ritmo di 75 ettari al giorno: Nei prossimi 20 anni la superficie occupata dalle aree urbane crescerà di circa 600mila ettari.

-L’Italia è stata ferita da 4.5 milioni di abusi edilizi dal 1948 a oggi, 207 al giorno. 

-Per generare 2,5 cm di suolo occorrono 500 anni. Per rimuoverli 10 secondi di azione di una ruspa.

-Un ettaro di suolo, se non cementificato, trattiene spontaneamente fino a 3,8 milioni di litri d’acqua. Ci vorrebbero 143 TIR, una coda in autostrada lunga quasi 2 chilometri, per portar via l’acqua non trattenuta da quell’ettaro.

In sostanza ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una superficie pari alla somma dei comuni di Milano e Firenze.

 

La situazione, dicevamo, è desolante ma non irrimediabile. Come afferma Alessandro Trigila, ricercatore dell’Ispra (l’istituto superiore per la protezione dell’ambiente) in un’intervista all’Espresso: 

«Per prevenire i danni gli interventi si possono fare: mettere in sicurezza i letti dei fiumi, costruire argini più forti, de-localizzare i luoghi più esposti, attivare sistemi efficaci di allarme, aggiornare costantemente le carte dei rischi e tenerne al corrente la popolazione». Interventi possibili, ma costosi. E il portafoglio dello Stato è sempre più risicato: «Nel 2008 lo stesso ministero dell’Ambiente aveva valutato in 40 miliardi di euro i fondi necessari a mettere in sicurezza paesi e città. In 15 anni ne sono stati spesi 4,25. Ovvero 300 milioni all’anno: troppo poco. E come se non bastasse nell’ultima legge di stabilità i finanziamenti a questo scopo sono stati ridotti ancora, a un decimo: 30 milioni». Una miseria.

Legge di stabilità che contiene tra l’altro anche due “porcate” firmate Pdl. Questa è la definizione di Roberto Della Seta, esponente di GreenItalia, a due emendamenti depositati dai senatori dell’ormai exPdl, Bonfrisco e Milo. Uno per consentire la costruzione senza regole di interi quartieri col pretesto di nuovi stadi, l’altro per autorizzare mega-varianti ai piani regolatori che favorirebbero il consumo selvaggio di suolo libero. 

E intanto la notizia sull’alluvione in Sardegna è già rifilata nelle pagine interne dei quotidiani cartacei e nella parte bassa delle home page di quelli on-line. Dopo il processo Ruby, il caso Cancellieri e le solite beghe del Partito Democratico. Un copione già scritto come ad ogni catastrofe. Se ne parla per un paio di giorni con messaggi di cordoglio, solidarietà da parte di tutto il mondo politico. Con i soliti annunci che come sempre verranno disattesi.

 
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Come lucrare su una tragedia

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L’immane tragedia di Lampedusa, 309 i corpi fin qui recuperati, ci spinge ad una breve riflessione sul tema immigrazione. Abbiamo assistito alle visite del presidente del Consiglio Letta e del presidente della Commissione europea Barroso, che , commossi, hanno reso omaggio alla distesa di bare. Ma tale commozione, di cui non mettiamo in discussione la sincerità, non cambia il fatto che a provocare quel gran numero di morti assurde sia stata la politica delle istituzioni che rappresentano. Una politica di disincentivazione dell’immigrazione che dal 1998 a oggi ha portato alla morte di più di 19mila persone, annegate nel Mediterraneo nel tentativo di approdare ad una vita migliore.

Non facciamo finta di non capire che i cadaveri di Lampedusa non siano frutto di un naufragio, ma di una logica economica che deruba le popolazioni delle proprie radici economiche, culturali e politiche. In Africa le risorse e il territorio vengono depredate da un capitalismo che fa dell’avidità il proprio paradigma, violando ogni regola sul piano della giustizia e della dignità umana, della pace e della democrazia.

Il rischio è che le persone finiscano per combattersi tra loro, vittime dell’intolleranza e dell’ignoranza. Invece di vedere le migrazioni e la povertà come conseguenze della guerra economica contro il pianeta, i rifugiati economici vengono criminalizzati e trattati come delinquenti.

E le forze razziste e fasciste sono pronte a lucrare su questi fenomeni, spingendo i cittadini a credere che i migranti siano la causa della loro disoccupazione e dell’insicurezza economica, distogliendo l’attenzione dalle strutture economiche che favoriscono le multinazionali a danno delle popolazioni e del pianeta.

MOSTRE: “IL RINASCIMENTO DA FIRENZE A PARIGI. ANDATA E RITORNO” Villa Bardini. Firenze. 6 Settembre – 31 Dicembre 2013

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Se, per consuetudine, Piazzale Michelangelo è ritenuto, a Firenze, il punto migliore e più conosciuto dal quale godere  il panorama sulla città, la vista che si apre ai nostri occhi dalle terrazze e i giardini all’inglese di Villa Bardini ci regala sensazioni altrettanto grandiose ma in una quiete intima e riflessiva , di gran lunga più elegante e raffinata.

Dopo un caffè assaporato all’ombra del grazioso loggiato del Belvedere, ci addentriamo nelle sale della  Villa per gustare una mostra dalle dimensioni contenute , ben allestita ( eccezion fatta, forse,  per alcune illuminazioni poco ortodosse ).

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Tutte le opere provengono dalla collezione del Museo Jacquemart-André di Parigi, riunita, tra il 1864 e il 1912, dai coniugi e proprietari Edouard André e Nélie Jacquemart , opere acquistate proprio qui, a Firenze, dai depositi del celebre antiquario e collezionista Stefano Bardini ( 1836 – 1922 ) proprietario della Villa.

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( Stefano Bardini)

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( Nélie Jacquemart, autoritratto )

Tra i pezzi più importanti e degni di nota troviamo, nella prima sala, alcuni capolavori del primo Rinascimento Fiorentino fra i quali “San Giorgio e il Drago” di Paolo Uccello , una deliziosa placchetta bronzea e il busto di Ludovico Gonzaga del Donatello nonché il “Ritratto di donna” dello Scheggia , fratello del grande Masaccio , assunto ad icona della mostra ed un tempo attribuito, per la purezza delle linee e dei suoi volumi, a Piero della Francesca .

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(Paolo Uccello. “S. Giorgio e il Drago”

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( Lo Scheggia . “Ritratto di Donna”)

Passando alle sale successive abbandoniamo la fase aurorale del Rinascimento per addentrarci nel suo periodo più maturo. Dopo un dipinto di Zanobi Strozzi, allievo del Beato Angelico , la nostra attenzione cade sulla splendida “Madonna col Bambino” di Alesso Baldovinetti ; in questo quadro il primato del disegno di scuola fiorentina si palesa al meglio nella dolcezza delle espressioni così come nel registro coloristico tenue e sfumato. Degni di nota, nella stessa sala, alcune opere del Botticelli come “La Fuga in Egitto” e alcune madonne della sua scuola , di più incerta attribuzione.

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( Alesso Baldovinetti. “Madonna col Bambino”)

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(Sandro Botticelli. “La fuga in Egitto”)

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( Botticelli. “Madonna col Bambino”)

La quarta sala è dedicata alle scuole venete, padovane e ferraresi. Qui spicca, primo fra tutti , il capolavoro su tavola del Mantegna più maturo, “Ecce homo”, capace di offuscare, con i suoi tratti inquietanti e drammatici, l’equilibrio compositivo e coloristico dei veneziani.

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( Mantegna. “Ecce homo”)

Nella quinta sala troviamo invece un’altro capolavoro; il “Trionfo di Lucio Emilio Paolo” di Andrea del Verrocchio – maestro di Leonardo – seguito da ceramiche, arazzi e sculture la cui raffinata fattura ben testimonia il gusto eclettico e aperto di Nélie Jacquemart.

Come ogni mostra di limitate dimensioni anche questa ha il pregio di non affaticare troppo il visitatore lasciandolo libero di concentrarsi sulle singole opere con sensibilità ed attenzione, senza distrazioni dovute ad eccessivi accumuli espositivi. Il gusto colto e attento dei due collezionisti francesi guida il pubblico nell’atmosfera culturale a cavallo degli ultimi due secoli con le testimonianze di carteggi e altri documenti ( quali ,ad esempio, gli schemi per l’allestimento della casa-museo parigina ) utili per comprendere il culto del Rinascimento che in quegli anni – già ricchi di fioriture e avanguardie artistiche quali l’impressionismo, volto ad una completa innovazione nel campo delle arti figurative – andava diffondendosi in tutta europa.

Da segnalare con piacere è anche l’intensa attività di Villa Pardini in iniziative culturali parallele come i “Martedì Musicali” per i quali segnaliamo il seguente link : http://www.rinascimentofirenzeparigi.it/intorno .

Il prezzo del biglietto è di 8 Euro per l’intero e di 6 Euro per il ridotto.

Sprechi alimentari: un costo immane. Come evitarli.

Nonostante la crisi globale ogni anno il costo economico dello spreco alimentare durante il percorso dal campo alla cucina è stato calcolato in 750 miliardi di dollari. Il volume globale del cibo commestibile buttato via è pari a 1,3 miliardi di tonnellate. Dati sconvolgenti. È quanto emerge dal “Rapporto sulle conseguenze ambientali dello spreco di prodotti alimentari” presentato dalla FAO.

Ma i costi che preoccupano di più sono quelli ambientali. Per produrre il cibo, che poi finisce nella spazzatura, vengono emesse a livello globale, 3,3 miliardi di tonnellate di CO2, più del doppio di quelle causate dai trasporti su strada degli Stati Uniti  e appena dopo le emissioni di gas serra prodotte da USA e Cina.

L’impatto sull’ambiente purtroppo non si limita ai gas serra, ma coinvolge anche la qualità del suolo, le riserve d’acqua e la biodiversità. In particolare, l’agricoltura intensiva, che non consente periodi di riposo per i campi, diminuisce la fertilità dei terreni e induce all’uso di fertilizzanti chimici che, a loro volta, provocano inquinamento e riducono le terre coltivabili.

Secondo il report presentato alla Fao dal direttore generale Josè Graziano de Silva, in media ogni anno si utilizzano 1,4 milioni di ettari per produrre alimenti poi andati sprecati, una superficie immensa pari all’intero territorio della Federazione Russa e al 28% del suolo agricolo mondiale. Stesso scempio per l’acqua: se ne spreca una quantità pari a circa 250 chilometri cubi, è come se si prosciugasse il lago di Ginevra o si usasse tutta l’acqua che ogni anno si riversa nel Volga.

Soltanto in Italia, ogni giorno buttiamo nella pattumiera 4.000 tonnellate di cibo ancora buono, il che significa anche spreco economico che ammonta mediamente a 454 euro l’anno, pari all’8% della spesa totale di ogni famiglia.

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Spesso i nostri sprechi alimentari nascono dall’eccessiva premura con cui eliminiamo i cibi scaduti o che stanno per scadere. La normativa europea fa un distinzione tra quello che è: “da consumare entro il” da applicare a tutti gli alimenti freschi e a quelli ad alta deperibilità. Mentre con dicitura: “consumare preferibilmente entro” indica solo un termine entro il quale il prodotto non diventa dannoso ma perde alcune caratteristiche organolettiche.

Ci vuole un po’ di buon senso e la crisi che imperversa dovrebbe spingerci a essere più saggi e intraprendere uno stile di vita più sostenibile.

Non c’è bisogno di grandi cambiamenti, basta cambiare alcune piccole abitudini.

Ecco qualche semplice consiglio per non sprecare troppo cibo:

• comprare con saggezza, solo quel che serve

• cucinare con attenzione

• consumare gli avanzi

• acquistare prodotti locali

e se si esagera comunque, è bene sapere che:

• molti alimenti sono ancora buoni anche dopo la data di scadenza.