Sprechi alimentari: un costo immane. Come evitarli.

Nonostante la crisi globale ogni anno il costo economico dello spreco alimentare durante il percorso dal campo alla cucina è stato calcolato in 750 miliardi di dollari. Il volume globale del cibo commestibile buttato via è pari a 1,3 miliardi di tonnellate. Dati sconvolgenti. È quanto emerge dal “Rapporto sulle conseguenze ambientali dello spreco di prodotti alimentari” presentato dalla FAO.

Ma i costi che preoccupano di più sono quelli ambientali. Per produrre il cibo, che poi finisce nella spazzatura, vengono emesse a livello globale, 3,3 miliardi di tonnellate di CO2, più del doppio di quelle causate dai trasporti su strada degli Stati Uniti  e appena dopo le emissioni di gas serra prodotte da USA e Cina.

L’impatto sull’ambiente purtroppo non si limita ai gas serra, ma coinvolge anche la qualità del suolo, le riserve d’acqua e la biodiversità. In particolare, l’agricoltura intensiva, che non consente periodi di riposo per i campi, diminuisce la fertilità dei terreni e induce all’uso di fertilizzanti chimici che, a loro volta, provocano inquinamento e riducono le terre coltivabili.

Secondo il report presentato alla Fao dal direttore generale Josè Graziano de Silva, in media ogni anno si utilizzano 1,4 milioni di ettari per produrre alimenti poi andati sprecati, una superficie immensa pari all’intero territorio della Federazione Russa e al 28% del suolo agricolo mondiale. Stesso scempio per l’acqua: se ne spreca una quantità pari a circa 250 chilometri cubi, è come se si prosciugasse il lago di Ginevra o si usasse tutta l’acqua che ogni anno si riversa nel Volga.

Soltanto in Italia, ogni giorno buttiamo nella pattumiera 4.000 tonnellate di cibo ancora buono, il che significa anche spreco economico che ammonta mediamente a 454 euro l’anno, pari all’8% della spesa totale di ogni famiglia.

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Spesso i nostri sprechi alimentari nascono dall’eccessiva premura con cui eliminiamo i cibi scaduti o che stanno per scadere. La normativa europea fa un distinzione tra quello che è: “da consumare entro il” da applicare a tutti gli alimenti freschi e a quelli ad alta deperibilità. Mentre con dicitura: “consumare preferibilmente entro” indica solo un termine entro il quale il prodotto non diventa dannoso ma perde alcune caratteristiche organolettiche.

Ci vuole un po’ di buon senso e la crisi che imperversa dovrebbe spingerci a essere più saggi e intraprendere uno stile di vita più sostenibile.

Non c’è bisogno di grandi cambiamenti, basta cambiare alcune piccole abitudini.

Ecco qualche semplice consiglio per non sprecare troppo cibo:

• comprare con saggezza, solo quel che serve

• cucinare con attenzione

• consumare gli avanzi

• acquistare prodotti locali

e se si esagera comunque, è bene sapere che:

• molti alimenti sono ancora buoni anche dopo la data di scadenza.

GABRIELE D’ANNUNZIO: FRA GENIO E PREGIUDIZIO.

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UNA PREMESSA.

Ci piaccia o no , la letteratura italiana può dirsi veramente grande dalle sue origini fino a tutto il  ‘500. Dopo il Tasso e i più tardi colpi di coda del barocco e del concettismo ( Marino e Basile) la forza e il prestigio della sua lingua, un tempo parlata ed apprezzata nelle corti europee, inizia a scemare per percorrere  una lenta ,quanto inevitabile, parabola discendente. Confinata in un provincialismo culturale che perdurerà durante tutto il secolo XVIII fino a gran parte del XIX, il“bel paese”  cederà lo scettro del proprio prestigio letterario ai grandi stati europei in ascesa quali Francia, Inghilterra, Spagna e ,  più tardi, con l’avvento del romanticismo, Germania. Così dal polveroso illuminismo di seconda mano di un Parini – scialbo e insignificante se paragonato alle brillanti e prolifiche effervescenze intellettuali di Voltaire , RousseauMontesquieu – si giunge, senza troppe sorprese, in un Ottocento “decentrato” il cui  mesto pallore sembra incarnarsi al meglio nei lacrimosi e patetici versi del Foscolo , ispirati da poeti di ben altra levatura quali  Shelley, Keats e Hölderlin  o in quelli ancor più illeggibili ,dato il tanfo da sagrestia che in certe pagine riescono ancora oggi ad emanare , del Manzoni, appigliatosi in extremis al successo europeo dei suoi cattolicissimi “  Promessi Sposi”.  Anche il Leopardi, in tutta la  sua grandezza, non nasconde l’insofferenza per l’aria stantia che si respira nello stivale; troppo distante da Parigi o Londra, capitali dei fermenti filosofici e letterari dell’epoca, è costretto a nutrire il suo genio a distanza, in una cattività intellettuale  che lo affaticherà per tutta la vita. Saltando a piè pari la parentesi monca del Risorgimento , dove troviamo un nutrito stuolo di scrittorucoli minori la cui mancata menzione non provocherà alcun danno (  eccezion fatta per i suoi  sfortunati  specialisti) giungiamo al Verismo. Autentica infiltrazione d’oltralpe penetrata in Italia con il clamore dei grandi romanzi naturalisti di Emile Zola , sarà sfruttato a piene mani dal Verga e dal Capuana, abilissimi chiosatori della lezione francese alla quale aggiungeranno, con genio e creatività, il fascino di una patina linguistica dialettale. Solo con l’approssimarsi del ‘900 –  ma a fatica e sempre sulla scia di mode e correnti letterarie straniere –  le nostre lettere sapranno riconquistare un po’ di terreno pur rassegnandosi ad un ruolo di secondo piano. Proprio negli anni che fungono da cerniera per il trapasso dal vecchio al nuovo secolo  incontriamo Gabriele D’Annunzio, una delle figure più controverse , chiacchierate e mal interpretate della nostra tradizione letteraria. Se, con i suo anacronistici autoritari ed  obsoleti “programmi” – inutili fossili risalenti alla riforma Gentile –  il sistema scolastico italiano ha letteralmente massacrato la memoria e il valore di scrittori come Dante, Ariosto e Manzoni, la sorte toccata al D’Annunzio è , forse, ancora più grave. Ancora oggi la critica si divide fra feroci detrattori e cauti ammiratori; numerosi i primi, isolati e tacciati di sterile estetismo i secondi. Anche intellettuali illustri quali Moravia e Pasolini ,  accecati da un’ideologia di sinistra intransigente e, nella specificità del caso, del tutto miope, lanciarono violenti strali sull’opera e la figura del D’Annunzio, sminuendone il valore a vacuo esercizio stilistico, seguendo l’eco degli scandali legati ai suoi presunti “plagi”.

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MARIO PRAZ : IL BACKGROUND CULTURALE DANNUNZIANO E LE SUE FONTI.  LETTERATURA INGLESE E FRANCESE.

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Fra i critici che più hanno giovato ad una  riabilitazione di D’Annunzio Mario Praz svolge un ruolo essenziale . Nel suo saggio   dal titolo “D’Annunzio e l’amore sensuale della parola”  contenuto nel caposaldo della stilistica “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica” (1930), comprendiamo come lo studio delle fonti possa aiutare il giudizio estetico a distinguere tra “ispirazione immediata”, o di primo grado, e “ispirazione mediata”, di secondo grado. Se la prima, ritenuta erroneamente più originale ed onesta, nasce da una “contemplazione personale dell’universo”, la seconda, considerata ingiustamente di valore inferiore, sorge da una “personale contemplazione d’una contemplazione altrui”. Ma dove rintracciare le fonti dalle quali D’Annunzio attingeva per la creazione dei suoi versi e dei suoi romanzi, tanto discussi e chiacchierati? Sulla fine dell’Ottocento la conoscenza della letteratura inglese, in Italia, era patrimonio e privilegio di pochi. Se Shakespeare , Byron e Scott erano stati in gran voga presso i romantici, altri due poeti iniziavano a conquistare i gusti e le attenzioni di un ristretto manipolo di letterati sensibili alle poetiche anglofone: Swinburne e Shelley. Lo stesso Carducci era rimasto fortemente impressionato dal moderno lirismo di quest’ultimo definendolo “spirito di titano entro virginee forme”, ma fu  il poeta Adolfo De Bosis ad assumersi il compito , oneroso, di tradurre i versi del “Prometeo liberato”. La “torbida materia swinburniana” , invece, fu sdoganata – non senza un certo appiattimento su toni blandamente preraffaelliti  –  da Enrico Nencioni, critico  e poeta fiorentino, redattore, dal 1879, della rivista letteraria “Fanfulla della domenica”. D’Annunzio, in stretto contatto con entrambe , si diede ad imparare l’inglese con il suo solito entusiasmo  per poter gustare in lingua originale le opere tanto decantate; tuttavia, come nota il Praz, è assai probabile che ,al tempo della stesura de “Il piacere”, la sua conoscenza della grammatica straniera fosse poco più che rudimentale. Fu semmai attraverso la più comoda mediazione della critica francese che l’autore delle “Laudi” conobbe le opere e la cultura  letteraria inglese. Il “Journal” dei fratelli Goncourt gli donò preziose informazioni sul chiacchierato  sadismo britannico e la traduzione di Swinburne,ad opera di Gabriel Mourey , edita nel 1891, lo mise in condizione di apprezzare al meglio quei versi,  malgrado le numerose ed errate interpretazioni del suo traduttore. “Con questo” sottolinea il Praz con onesta obiettività “non si vuol negare validità poetica alle derivazioni dannunziane dallo Swinburne; recentemente un poeta americano, il Lowell, ha potuto sviluppare incantevoli variazioni basate su svarioni da lui perpetrati nel tradurre l’italiano di Eugenio Montale. E del resto il Chaucer tenne dinanzi agli occhi la versione francese del “De Fide Uxoria” del Petrarca desunto dal “Decameron”, né si può dire che Chaucer ignorasse il latino”.

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Il background culturale dannunziano,dunque,  può dirsi oltremodo variegato, venato da  influenze artistiche e letterarie  che, all’epoca, percorrevano in lungo e in largo l’europa tutta filtrando , non scevre da sospetti o guardinghi pregiudizi,   in un’Italia borghese e alquanto campagnola . Nutrito da norme romantiche, tardo romantiche , parnassiane , neoarcadiche , simboliste e preraffaellite , l’ambizioso abruzzese – la cui lingua d’origine, carica di fastidiose scorie dialettali,  fu epurata in terra toscana  con gran diligenza – riuscì ad imporsi come novità ad un pubblico provinciale, poco o per nulla avvezzo alle mode cosmopolite d’oltralpe. Non a torto il Praz, in un suo breve articolo dal titolo “Esperienza dannunziana”(1938) , lo paragona ad “un re di fiori o di picche mescolato per un caso strano nel mazzo bonario delle carte italiane, carte borghesi e popolane, coppe bastoni denari spade”.

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D’ANNUNZIO E LA PAROLA.

Il modo in cui D’Annunzio adopera ,studia, plasma, innova e si rapporta con la lingua e la parola è indicativo del suo spirito complesso e ricettivo, spirito che  ricorda quello di altri poeti. Praz   suggerisce il Milton  del “Paradiso Perduto”: “un tardo umanista che, modellandosi sui classici, crea una lingua non così discosta dal parlare comune come quella dell’Hypnerotomachia, ma pure abbastanza distaccata da farla sentire come artificiale in un’epoca di gusti diametralmente opposti”. Ad un esempio da anglista verrebbe da aggiungerne uno tutto italiano:  Giovan Battista Marino (1569-1625). Anch’egli , violentemente criticato ed attaccato per la sua poetica basata su meraviglia, imitazione e libera traduzione, rivendicava con orgoglio la tecnica del “rampino”: “Tradurre, imitare e rubare”, sfidando il lettore a riconoscere le fonti di cui , tanto liberamente, si appropriava.Se il concettista Marino attingeva da un repertorio dove a farla da padrone erano i classici greci e latini e, per i moderni a lui più prossimi, Tasso e Ariosto, il D’Annunzio volle guardare alla letteratura italiana in tutta la sua interezza: dalle origini passando per lo Stilnovo , Dante, Petrarca , il Rinascimento Fiorentino , l’Arcadia, sconfinando persino nel classicismo francese del Ronsard e del Du-Bellay e, di lì, al moderno romanticismo di Victor Hugo , il naturalismo di Flaubert e il preziosismo decadente dello Huysmans.

Lettore attentissimo ed onnivoro, saccheggiava con minuzia e metodo ogni lessico, spaziando dal latino, il più antico italiano fino al moderno francese .Uno dei caratteri specifici dell’ispirazione dannunziana è rintracciabile in un passo del romanzo “Il Piacere” in cui l’autore, parlando del protagonista Andrea Sperelli, la descrive in questi termini:

Quasi sempre, per incominciare a comporre, egli aveva bisogno d’una intonazione musicale datagli da un altro poeta;…il ricordo di un gruppo di rime, la congiunzione di due epiteti, una qualunque frase numerosa bastava ad aprirgli la vena, a dargli, per così dire, il la, una nota che gli servisse di fondamento all’armonia della prima strofa”

Simili metodi s’incontrano in maggiore o minor misura in tutti i poeti ma, per il D’Annunzio, costituiscono la regola. Per avere un’idea dell’importanza che la parola ricopre nell’ideologia dannunziana, il Praz offre un raffronto con citazioni da altri maestri, mostrando come la riflessione sulla potenza del “verbo” seguisse lezioni più o meno illustri;

Car le mot, qu’on le sache , est un être vivant

…………………………..

Oui, vous tous, comprenez que les mots sont des choses

…………………………..

Oui, tout-puissant! tel est le mot…

…………………………..

Car le mot, c’est le Verbe, et le Verbe, c’est Dieu.

( Victor Hugo. “Les Contemplations” Livre I, Aurore, Autrefois, VIII)

Je suis la parole, je suis tout

( J. Richepin. “Miarka” ) 

Pour comprendre les choses, apprenons le mots qui en sont dans notre bouche l’image soluble. Ruminons la bouchée intelligible

( P.Claudel . “Art poétiques”) 

Nel 1886, quasi con le stesse parole del Richepin, D’Annunzio dirà in un sonetto dell’Isotteo :

O poeta, divina è la Parola: 

ne la pura Bellezza il ciel ripose

  ogni nostra letizia; e il Verso è tutto”.

Ancora, pochi anni più tardi ( 1892), tornerà sull’argomento con quest’altro giudizio:

“C’è una sola scienza al mondo, suprema: -la scienza delle parole. Chi conosce questa, conosce tutto; perché tutto esiste solamente per mezzo del Verbo…Una parola non concede intera la sua forza che a colui il quale ne conosce le origini prime. La trascrizione materiale di certe sillabe talvolta opera così violentemente sul cervello che trae larghi getti subitanei d’imagini e di pensieri”

In vari modi D’Annunzio manifesta il suo “amore sensuale” per la parola. Uno di questi consiste nell’adoperarla nella sua accezione primitiva. Egli agisce, sul vocabolario, alla stessa stregua del restauratore nell’ambito delle arti figurative: “toglie via i sedimenti ,accumulati dal lungo uso, che deturpano e deformano l’aspetto della cosa bella”(Praz).

Così scriverà  in una delle pagine in prosa del “Trionfo della Morte”:

Il vocabolario adoperato dai più si compone di vocaboli incerti, inesatti, d’origine impura, trascoliriti, difformati dall’uso volgare che ha loro tolta o mutata la significazione primitiva costringendoli ad esprimere cose diverse e opposte…La nostra lingua, per contro, è la gioia e la forza dell’artefice laborioso che ne conosce e ne penetra e ne sviscera i tesori lentamente accumulati di secolo in secolo, smossi taluni e rinnovati di continuo, altri scoperti soltanto della prima scorza, altri per tutta la profondità occulti, pieni di meraviglie ancora ignote che daranno l’ebbrezza all’estremo esploratore.”

A guardar bene ogni letteratura offre esempi di sensazioni connesse con il puro suono d’una parola o d’un nome, nella prosa come nella poesia;

Le mot fait vibrer tout au fond de nos esprits.

Il remure, en disant: Béatrix, Lycoris,

Dante au Campo-Santo, Virgile au Pausillippe.”

(Victor Hugo

Nisa, Myrto, Lydé, Philodocé, Néère…

De cépée en cépée un appel de voix claire

Sonne, et de combe en combe un bruit de pas divins

S’éloigne…”

( Jean Lorrain. “Le pays des fèes” in “Forêt bleue”) 

Se è così la famosa questione dei plagi dannunziani,  come venne impostata all’epoca nella rivista “Gazzetta Letteraria”, si rivela oggi come un vero e proprio travisamento non solo dal punto di vista estetico ma anche da quello psicologico.

Si dissero allora parole grosse; se ne fece una questione morale. Chi oggi si curi di rileggere i numeri della “Gazzetta Letteraria” del 1896 resta stupito dinanzi allo spettacolo di mezza Italia in preda a un vero e proprio accesso di plagiomania. […] La ragione psicologica di quei cosiddetti furti non stava già nel desiderio di appropriarsi cose altrui per far bella figura, ma – caso ben diverso – nel sentimento che il poeta aveva di quelle cose come di cose proprie.” ( Praz. “D’Annunzio e l’amore sensuale della parola”)

Dopo tali considerazioni non potremo più stupirci degli strumenti e dei metodi usati dal poeta per stimolare ed arricchire il suo estro creativo. La consultazione continua di vocabolari illustri quali il leggendario “Tommaseo-Bellini” o di altri ,più specialistici,  come il “Vocabolario marino e militare” di Alberto Guglielmotti , utilizzato dal D’Annunzio in “Maia”, primo libro delle Laudi , la dicono lunga sul suo modus operandi. Né ci meraviglieranno più dei continui rimandi ai nomi ricercati e preziosi che tanto  aveva amato nel Flaubert de “ La Tentation de saint Antoine”(1874), successivamente traslati  nei versi de “La Chimera”:

“une outre de chalibon, vin réservé por les rois d’Assyrie”/“il chalibon, rarissimo tesoro”; “le lac d’huile rose de l’île Junonia”/ “il lago d’olio all’isola Junonia”.

L’ordito stilistico dannunziano si palesa come un ricco tesoro di rimandi e citazioni lessicali e tematiche in cui riconosciamo quelle stesse tecniche venute in onore, in terra di Francia, durante la Rinascenza, con gli stessi Ronsard e Du-Bellay citati poc’anzi: “Arricchire la lingua introducendovi parole derivate dalle lingue classiche e dalle lingue straniere affini, dai dialetti e dalla terminologia delle arti meccaniche”, metodo che, come ricorda sempre il Praz, continuò fino a Delille e Chenier per poi essere nuovamente adoperato dal parnassiano Banville Petit traité de poésie française , 1872).

Molto sarebbe ancora da dire per comprendere al meglio la complessa e profonda alchimia che effonde dalla raffinata lira dannunziana.Certa  è la sorte ingiusta riservata ad uno dei più grandi innovatori e cultori della nostra lingua, un talento ,visivo e sonoro, troppo spesso   impunemente frainteso fra luoghi comuni, invidiosi chiacchiericci borghesi riguardanti la sua vita privata ed ottusi pregiudizi antistorici di natura  ideologica e politica. Converrebbe riflettere più attentamente su queste ultime parole del Praz, critico esemplare il cui metodo di analisi –  come vorrebbe la più seria deontologia professionale –  prediligeva la centralità e autonomia del testo allo sterile biografismo di seconda mano:

Oggi D’Annunzio pare a molti illeggibile.  Tornerà a esser letto con gusto quando il tempo avrà dato la patina al suo manierismo. Tornerà come delizioso manierista; il suo mondo rituale e atteggiato senza possibilità di varianti rivivrà come costume. La coerenza quasi meccanica, superumana, del suo comportamento farà una seconda volta, con diversa tempra, la sua fortuna. Farà veramente epoca: quell’epoca che noi, per esserci vissuti dentro, non vediamo ancora con sufficiente distacco”.

 

 

 

L’Europa ai piedi di Angie

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Terzo mandato e maggioranza assoluta sfiorata. Le elezioni tedesche del 22 settembre consegnano ad Angela Merkel una vittoria senza precedenti, che tuttavia non le permetterà di governare da sola. I liberali, alleati storici della Cdu-Csu, sono infatti rimasti fuori dal Parlamento e quindi la “cancelliera di ferro” sarà costretta alla “grosse koalition” con i socialdemocratici di Peer Steinbruek, usciti sconfitti seppur con un +4% rispetto alla tornata elettorale del 2009. La sconfitta della Spd, apparsa più che mai debole e senza idee,  dimostra come in Germania non esistano linee politiche alternative a quelle intraprese in questi anni dalla Merkel e difficilmente la grande coalizione alle porte riuscirà a indurre un qualche scostamento dalla strategia politica, economica e finanziaria condotta finora dalla Germania. Non dimentichiamo infatti che socialdemocratici e verdi, pur contestando i piani di austerity della cancelliera su alcuni dettagli, in Parlamento hanno sempre votato con lei sulle decisioni più importanti.

La maggioranza dei tedeschi dunque non accetta alcun cambiamento di rilievo in rapporto all’attuale politica europea del loro governo, respingendo  qualsiasi forma di meccanismo che implichi di farsi carico o di mettere in comune i debiti contratti dagli altri paesi (ovvero gli eurobond, un meccanismo comune di gestione della crisi bancaria e così via). Il cammino verso una maggiore integrazione appare più che mai sbarrata: le elezioni hanno dimostrato ancora una volta come per la Germania “più Europa” significa “maggiore controllo” sugli altri stati. Nessuna riforma dei trattati per collocare l’UE sulla via del federalismo e dell’unione politica, prospettiva che appare, con la nuova schiacciante vittoria di Frau Merkel, più che mai utopistica e remota.  

Probabilmente la coalizione che si appresta a governare la Germania farà il minimo necessario per evitare ad ogni crisi una rottura immediata dell’euro, prolungando una già pietosa agonia di un’ Europa senza anima. Niente di più. Vedremo quindi nuovi pacchetti di aiuti ai paesi più deboli, senza quella ristrutturazione del debito dei paesi del Sud, che secondo economisti quali Wolfgang Munchau del Financial Times, sarebbe indispensabile per risolvere veramente la crisi. 

In Grecia, come era prevedibile, non si fanno certo i salti di gioia per l’annunciata vittoria della Merkel,  il settimanale greco To Vima scrive sul suo sito:

“i tedeschi hanno detto un grande sì alla sovranità del loro paese in Europa, una sovranità costruita sulle rovine del sud di ciò che resta del vecchio continente “unito”. Era evidente e prevedibile: con la sua politica sulla crisi del debito, Angela Merkel ha forse trascinato gran parte dell’Europa verso la catastrofe, ma ha offerto ai tedeschi la possibilità di mangiarsi l’Europa in un sol boccone. […] Ancora una volta, ad Atene crollano le speranze. Merkel ha già fatto capire, fin dal primo momento, che la pressione sulla Grecia non diminuirà”.

Insomma, come sottolinea il sociologo tedesco Ulrick Beck, Angela Merkel sta mettendo in pratica un nuovo stile di potere politico, il “merkiavellismo”. «È meglio essere amato che temuto, o ’l converso? », chiedeva Machiavelli nel Principe. E rispondeva «che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma, perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua».

“Merkiavelli – prosegue Beck – sta applicando questo principio in modo nuovo e selettivo. All’estero dev’essere temuta, in casa amata (forse perché ha insegnato ai Paesi stranieri a temerla). Neoliberismo brutale per il mondo esterno, concertazione con una spruzzata di socialdemocrazia in casa: questa è la formula di successo che ha sistematicamente consentito a Merkiavelli di espandere il suo potere e quello della Germania”.

Ma a costi enormi per l’ Unione Europea. O per quel che ne rimane.

 

Italiani popolo di auto-dipendenti

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Le statistiche sui tassi di motorizzazione fanno emergere dati sorprendenti: in Italia ci sono in proporzione più veicoli che in ogni altra parte d’Europa: 36 milioni per 60 milioni di abitanti. Gli italiani sono e rimangono auto-dipendenti. E invece di rallegrarci del fatto che per la prima volta la vendita delle biciclette supera quella delle auto, eccoci tutti a disperarci perchè non si vendono più autovetture. Ma la domanda giusta dovrebbe essere: perchè se ne dovrebbero vendere ancora? L’auto  invade strade e spazi magari utili per altri scopi, si mangia il nostro tempo ( in media ognuno di noi trascorre in auto sette anni della propria vita), distrugge la salute e uccide, inquina l’aria e produce rifiuti difficilmente riciclabili. 

Ed è un mezzo molto poco efficiente, soprattutto in città. Nella sfida tra bici e auto nell’ora di punta non c’è storia: vince la bici. I ciclisti urbani sono tuttavia in aumento. Ancora troppo alti sono però i rischi e i disagi per chi viaggia sulle due ruote: ancora troppo poche le piste ciclabili, in Italia ce ne sono 3.227 km in totale, dato nettamente al di sotto delle medie europee.

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In Italia tutti o quasi sono consapevoli che bisogna assolutamente fare qualcosa per risolvere l’inquinamento causato dalla congestione del traffico cittadino ma appena un’  amministrazione  comunale cerca di prendere dei provvedimenti per limitare l’uso del mezzo privato si trova  costantemente a sbattere contro un  muro di proteste che possono essere piu’ o meno giuste ma sicuramente  poco cotruttive, proteste di  persone che si sentono private della loro libertà e dei loro interessi. Per molti italiani l’automobile è una necessità non sostituibile anche per brevissimi spostamenti: per accompagnare i figli a scuola, andare a prendere il giornale, magari a 200mt da casa. Tutto questo è da ricondurre sicuramente ad un problema culturale e di costume. Per troppe persone l’andare in bicicletta è percepito un pò da sfigati, da chi non può permettersi una vita agiata, insomma un’abitudine per perdenti. Per fortuna il tema sta divenendo sempre più di attualità complice la crisi economica e il continuo aumento del prezzo dei carburanti, l’Italia della mobilità sta lentamente cambiando.