Come lucrare su una tragedia

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L’immane tragedia di Lampedusa, 309 i corpi fin qui recuperati, ci spinge ad una breve riflessione sul tema immigrazione. Abbiamo assistito alle visite del presidente del Consiglio Letta e del presidente della Commissione europea Barroso, che , commossi, hanno reso omaggio alla distesa di bare. Ma tale commozione, di cui non mettiamo in discussione la sincerità, non cambia il fatto che a provocare quel gran numero di morti assurde sia stata la politica delle istituzioni che rappresentano. Una politica di disincentivazione dell’immigrazione che dal 1998 a oggi ha portato alla morte di più di 19mila persone, annegate nel Mediterraneo nel tentativo di approdare ad una vita migliore.

Non facciamo finta di non capire che i cadaveri di Lampedusa non siano frutto di un naufragio, ma di una logica economica che deruba le popolazioni delle proprie radici economiche, culturali e politiche. In Africa le risorse e il territorio vengono depredate da un capitalismo che fa dell’avidità il proprio paradigma, violando ogni regola sul piano della giustizia e della dignità umana, della pace e della democrazia.

Il rischio è che le persone finiscano per combattersi tra loro, vittime dell’intolleranza e dell’ignoranza. Invece di vedere le migrazioni e la povertà come conseguenze della guerra economica contro il pianeta, i rifugiati economici vengono criminalizzati e trattati come delinquenti.

E le forze razziste e fasciste sono pronte a lucrare su questi fenomeni, spingendo i cittadini a credere che i migranti siano la causa della loro disoccupazione e dell’insicurezza economica, distogliendo l’attenzione dalle strutture economiche che favoriscono le multinazionali a danno delle popolazioni e del pianeta.

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LA LOTTA DI CLASSE NELL’ERA DEL FINANZCAPITALISMO

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Per uscire dalla crisi sappiamo bene cosa fare: ridurre il debito, tagliare la spesa pubblica, incentivare la flessibilità del lavoro agevolando i licenziamenti, aumentare il ruolo dei privati in ogni settore dell’economia. Sappiamo tutte queste cose ma non ci è chiaro perchè le sappiamo e quali fondamenti abbiano. Bisogna fare così e basta, perchè lo dicono i più autorevoli economisti, i più grandi quotidiani, quasi tutti i politici quale che sia il partito di riferimento, persino un buon numero di sindacalisti.

Viene da chiedersi da dove venga questa straordinaria unanimità, nonostante la Grande Crisi abbia evidenziato la totale mancanza di ragionevole solidità delle suddette idee. Basti pensare che sono stati gli stessi glorificati mercati a disastrare l’economia mondiale, tramite il processo di finanziarizzazione, avviato nei primi anni 80, per cui la produzione di denaro per mezzo di denaro, insieme con la creazione di denaro dal nulla per mezzo del debito, hanno preso largamente il sopravvento, quali criteri guida dell’azione economica, rispetto alla produzione di merci per mezzo di merci.

 Luciano Gallino propone una spiegazione sorprendente nella sua semplicità allo straordinario successo delle teorie neoliberiste. Il sociologo torinese nel saggio-intervista “La lotta di classe dopo la lotta di classe” (a cura di un’altra sociologa, Paola Borgna) evidenzia come a partire dagli anni 80 sia stata portata avanti un nuovo tipo di lotta di classe, quella condotta dalle classi dominanti per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente. Vi è un fatto storicamente comprovato: tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni settanta ( “i gloriosi Trent’anni”), la classe operaia, e più in generale la classe dei lavoratori dipendenti, ha ottenuto notevoli miglioramenti della propria condizione di vita e decine di milioni di persone hanno avuto per la prima volta un’occupazione stabile e relativamente ben retribuita.

Poi verso il 1980 è partita una vera e propria controrivoluzione: un “grande balzo all’indietro” favorito dalle politiche neoliberiste adottate in primis da Margaret Thatcher e Ronald Reagan, seguiti a ruota dai governi degli altri paesi industrializzati. Le classi dominanti si sono mobilitate e hanno cominciato loro a condurre una lotta di classe dall’alto per recuperare il terreno perduto. Si è puntato innanzitutto a limitare i salari reali, ovvero i redditi da lavoro dipendente, a reintrodurre condizioni di lavoro più rigide, a far salire nuovamente la quota dei profitti sul Pil che era stata erosa dagli aumenti salariali, dagli investimenti, dalle imposte nel periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni 80. 

La deregolamentazione dei mercati finanziari, anch’essa intrapresa a partire dagli anni 80, ha dato vita ad un fenomeno altrettanto devastante: la “finanziarizzazione” del mondo. 

Il capitalismo tradizionale basato sulla produzione di merci ha subito una mutazione trasformandosi in capitalismo finanziario (o finanzcapitalismo), grazie agli svariati interventi deregolativi atti a togliere ogni vincolo alla circolazione dei capitali, all’attività speculativa delle banche e alla connessa produzione di strumenti finanziari sempre più complessi. 

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Gallino fa poi notare come si sia andati alla ricerca di sempre nuovi campi della vita sociale, dell’ esistenza umana e della natura da trasformare il più rapidamente possibile in denaro: dalle pensioni all’istruzione, dalle materie prime ai prodotti alimentari. Insomma l’economia reale risulta ormai relegata in secondo piano e le grandi industrie non trovano più proficuo investire in ricerca e sviluppo: “profitti, utili, guadagni, dividendi vengono spesi in modi socialmente improduttivi, con il doppio effetto perverso di accrescere allo stesso tempo la ricchezza privata e la povertà pubblica”.

Infine Gallino riprende l’idea di “contromovimento” elaborata da Karl Polanyi nel secolo scorso, utile per cercare di capire quello che potrebbe succedere nel prossimo futuro. “Il contromovimento – afferma il sociologo torinese – è formato da interventi, reazioni diffuse, riforme che a un certo punto paiono indispensabili: sono tutti processi che emergono al fine di riequilibrare il peso dell’irrefrenabile dispiegamento dell’economia […] Questo contromovimento, che si oppone al movimento di eccessiva deregolamentazione dell’economia può prendere due strade. La strada di sinistra, ovvero di tipo socialdemocratico nel senso forte che il termine aveva agli inizi del Novecento. L’altra strada è quella che porta a qualche forma di Stato autoritario: un regime che, a prezzo di tagli incisivi non solo ai bilanci ma al processo democratico, promette di risolvere dall’alto i problemi che assediano la vita quotidiana di milioni di persone”. 

Il contromovimento autoritario ha già inviato segnali importanti in Europa. Basti pensare a tutte quelle formazioni politiche di estrema destra che hanno raggiunto un considerevole peso elettorale in vari paesi: Alba Dorata in Grecia, i Veri Finlandesi in Finlandia, il Fronte Nazionale in Francia solo per citare i più famosi.Al momento – afferma Gallino – non si intravedono forze politiche progressiste in grado di riprendere gli antichi ideali socialdemocratici  adattandoli ai nostri tempi. 

E conclude: ” Le poche formazioni politiche che in astratto parrebbero avere la vocazione per raccogliere il messaggio e tradurlo in un numero determinante di voti, quali il Pd in Italia, appaiono tuttora decisamente al di sotto della capacità di farlo”. 

I limiti ignorati e il fallimento dell’idea di progresso

La condizione umana è inscritta dentro dei limiti. La nostra intelligenza ci consente di superare una grande varietà di ostacoli ma non ci autorizza a fare tutto nè a conoscere tutto. La scienza e la tecnologia, pur avanzate che siano, non ci permettono di travalicare limiti che sono insiti nella natura umana e la finitezza del pianeta, le cui risorse (spesso lo dimentichiamo) non sono illimitate, ci impone di sottostare ai dati fisici, biologici e geologici. L’ignoranza della conoscenza dei limiti è alla base dell’attuale triplice crisi (economica, sociale ed ambientale).

Scrive Serge Latouche nel suo ultimo saggio “Limite” (2012, Bollati Boringhieri): “I limiti economici chiaramente sono strettamente correlati con i limiti ecologici. Se l’ecosistema esplode, è proprio perchè l’economia della crescita è fondata sull’illimitatezza. Tuttavia, questo “sempre di più” su cui si basano il sistema capitalistico e la società dei consumi non avrebbe potuto affermarsi se la scienza e la tecnica non avessero creato mezzi inauditi di sfruttamento e di distruzione della natura e non avessero fatto intravedere la possibilità di una potenza infinita”.

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I nostri nonni contadini, invece, erano ben consapevoli dell’ esistenza di limiti, poichè nella civiltà preindustriale non si tentava di superarli, bensì si viveva in armonia con essi, la sobrietà e la parsimonia erano valori in quanto permettevano di mantenere tale armonia. Al contrario, fa parte della cultura del progresso pensare che si possano superare limiti di qualsiasi genere: inquinare l’acqua perchè ce ne sarà di nuova pulita, uccidere animali e abbattere alberi perchè rinasceranno, e se questo non è possibile oggi lo sarà in futuro grazie a nuove scoperte scientifiche o, perchè no, alla colonizzazione di nuovi pianeti da sfruttare. La società dei consumi ha dunque elevato l’eccesso e la mancanza di prudenza a valore assoluto. Le catastrofi tecnologiche – da Chernobyl ai Concorde che cadono ai megaponti che crollano – i rischi ambientali e le minacce derivanti dalla chimica e dalla biotecnologia, i crack economici generati dall’anarchia del libero mercato finanziario, l’inquinamento dei suoli, dell’acqua e dell’aria, l’effetto serra sono tutti prodotti globali di azioni che hanno sfidato una qualsivoglia prudenza, sotto il segno di una razionalità moderna e calcolatrice alla ricerca del massimo profitto. Sono questi i tratti salienti di quella che il sociologo tedesco Ulrick Beck chiamò già negli anni ’80 “società del rischio”, una società globalizzata in cui le persone ogni giorno si trovano ad affrontare i rischi prodotti dalla stessa modernità, che travalicano i confini nazionali e di classe.

In conclusione è chiaro che la certezza che più di altre crolla è quella affidata al “progresso”: questo veniva definito come una freccia, la freccia lineare del tempo orientata verso un avvenire radioso e quest’avvenire si definiva soprattutto in base alle certezze della scienza e della tecnica. Oggi evidentemente le cose non stanno più così, se mai in effetti lo sono state. L’idea di progresso lineare, inarrestabile ha ormai perso peso fino ad annullarsi. E qui risuonano le parole attualissime di Adorno: “Si potrebbe dunque asserire che il progresso si attua veramente là dove finisce”. La nuova idea di progresso dovrà dunque obbligarci alla prudenza, alla scelta selettiva, ad un esame minuzioso delle possibili conseguenze delle nostri azioni. La “ragione”, quella baconiana, moderna, scientifica e tecnologica dovrà necessariamente lasciare il posto alla “ragionevolezza”.

Bob Kennedy e l’inadeguatezza del Pil

Il 18 marzo 1969 Robert “Bob” Kennedy, fratello dell’ ex presidente John Fidzerald, tenne uno storico discorso presso l’università del Kansas, nel quale denunciava la totale inadeguatezza del Pil nel misurare il benessere e la felicità di una nazione.

« Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – quel PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani. »

Meno di tre mesi dopo, il 6 giugno 1968, Bob Kennedy cadde vittima di un attentato a Los Angeles, quando ormai era ad un passo dalla vittoria delle primarie del Partito Democratico. L’omicidio di Bobby, come veniva chiamato affettuosamente dai suoi sostenitori, segnò per l’America, ma non solo, la fine di un sogno, la fine di ogni speranza di cambiamento e cambiò il destino di una intera generazione.

Ci sono voluti alcuni decenni perchè le parole illuminate di Bob Kennedy venissero recepite da economisti e studiosi di scienze sociali. I vari Stiglitz, Fitoussi, Attali, Amartya Sen, solo per citarne alcuni, hanno affrontato ampiamente il tema e anche le istituzioni di molti Paesi hanno cominciato ad affrontare l’inadeguatezza del Pil come indicatore del benessere di una società. Così sono stati teorizzati diversi altri indicatori, come il GPI (Genuine Progress Indicator), alla base del quale vi è la distinzione tra spese positive e spese negative. Nelle prime vengono incluse quelle che incrementano il benessere economico, nettizzate però per i costi negativi (inquinamento, incidenti stradali ecc..) che invece muovono comunque in positivo la fredda logica del Pil. Vi sono poi il Prodotto interno lordo verde, un parametro che pondera la crescita economica per le conseguenze ambientali, L’Human development index (indice di sviluppo umano) tiene invece conto di tre fattori: reddito lordo pro-capite, aspettativa di vita e grado di accesso alla conoscenza (alfabetizzazione).

Dunque indicatori alternativi al Pil, che tengano conto di parametri fondamentali per valutare il reale benessere di uno stato (come il livello d’istruzione, l’accesso all’acqua potabile, la sanità gratuita, la percentuale di persone che usufruiscono del sistema fognario, l’aspettativa di vita, la qualità dell’ambiente, il tasso di criminalità) esistono già, ma è compito dei mezzi di informazione e delle istituzioni cambiare una mentalità unidirezionale che tiene conto solamente della dimensione economica. Rattrista invece constatare come la politica non immagini una crescita diversa da quella dell’aumento del Pil.